[30/10/2007] Rifiuti

Amianto, dopo la mappatura dell’Arpat ecco mille siti da bonificare

LIVORNO. In Toscana ci sono ancora almeno mille siti dove sono ospitati impianti industriali, anche grandi, oppure strutture pubbliche o di pubblica utilità, in cui l’amianto è presente e deve essere bonificato. E’ il risultato finale dello studio realizzato dall’Arpat e finanziato dal ministero dell’ambiente con 250mila euro, che è stato presentato ufficialmente nelle settimane scorse alla Regione.

«Il lavoro è stato lungo e complesso – spiega Gabriele Fornaciai di Arpat, coordinatore del progetto durato oltre un anno – ma alla fine abbiamo realizzato questa mappatura dell’amianto in Toscana. Si tratta dunque di un doppio report perché mappatura significa che abbiamo fatto prima il censimento e poi abbiamo georeferenziato tutti i siti interessati».

Il modello seguito da Arpat consisteva in un questionario di autonotifica inviato a tutti i soggetti interessati. Delle 17mila schede ne sono tornate indietro compilate oltre 4000 e contemporaneamente Arpat ha fatto diversi sopralluoghi diretti nei più grandi impianti industriali della regione. Successivamente i controlli dei tecnici si sono concentrati nei più grossi siti dismessi in attesa di bonifica e nelle circa 40 cave di pietre verdi (ofioliti), dove è possibile che si verifichino affioramenti naturali di amianto.

«Oltre il 25% dei questionari ha evidenziato una presenza di amianto che abbiamo riscontrato nei successivi controlli. E di qui si arriva ai mille siti mappati e georeferenziati. Il lavoro finale è stato quello di assegnare a ogni sito un punteggio di rischio sulla base di un algoritmo predisposto dal ministero dell’ambiente, che permetterà una volta terminato il censimento in tutte le regioni, di avere un quadro omogeneo a livello nazionale».

I valori rilevati in media sono abbastanza bassi e la situazione generale è definita abbastanza tranquilla da Arpat (l’amianto si trova spesso in aree inaccessibili o comunque tenute sotto stretto controllo), anche se casi di incidenti come quello che si è verificato nei giorni scorsi a un vapordotto nella zona geotermica di Castelnuovo Val di Cecina, devono far riflettere.

«Noi abbiamo eseguito diverse indagini nell’area geotermica, perché in passato soprattutto a cavallo degli anni ’60 e ’70 Enel ha fatto un uso massiccio di amianto. La bonifica delle centrali elettriche si è conclusa ormai da anni, ma purtroppo restano ancora da bonificare decine di chilometri di vapordotti e alcuni affioramenti. Sono bonifiche che deve fare l’Enel, perché va tutto bene finché non si verifica un incidente come in questo caso o un incendio come spesso accade in vecchi capannoni che hanno ancora al copertura in eternit».

Il passo successivo che vorrebbe fare l’Arpat è proprio quello di mappare gli edifici privati: «Abbiamo presentato un progetto in tal senso alla Regione e ora aspettiamo una risposta. Sarebbe molto importante perché il 90% degli esposti dei cittadini per la presenza di amianto riguarda proprio le coperture private. I costi di un censimento del genere sono piuttosto contenuti: noi abbiamo stimato che con meno di 100mila euro potremmo utilizzare la tecnologia del telerilevamento aereo, che grazie a sensori agli infrarossi sarebbe in grado di fornire una mappatura molto precisa.

La mappatura della presenza di amianto è in realtà obbligatoria per legge, stabilita addirittura da una legge del 1992, la 257. Sul fronte dello smaltimento di questo materiale invece, anche quando le bonifiche vengono eseguite, nulla si muove: a parte un paio di piccoli moduli ricavati in alcune discariche, non esiste in Toscana un luogo dove conferire l’amianto, che quindi prende sempre la lunga, inquinante e costosa strada della Germania (quando va bene).

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