[31/10/2007] Comunicati

Le nuove regole ambientali fanno scappare i sudcoreani dalla Cina

LIVORNO. Le misure di riconversione ambientale delle industrie in Cina potrebbero essere usate dal governo come una specie di clava, fatta di tasse e vincoli, per allontanare le aziende straniere, a cominciare da quelle dei concorrenti asiatici del nuovo gigante economico mondiale. Insomma, la Cina dopo essere cresciuta vertiginosamente (anche nella sua autostima nazionalistica), ora si prepara a riprendersi la sovranità del suo mercato interno e a controllare davvero quello delle esportazioni.

Un fenomeno che sarebbe già in stato di avanzata messa in opera, almeno a sentire quanto scrive quotidiano sud-coreano “Dong-A Ilbo” che, partendo dalla chiusura di 44 ditte (39 sudcoreane, 2 di Taiwan e solo 3 cinesi) nel distretto cinese di Qingdao, ha scoperto una realtà molto più estesa.

I sud-coreani, che dai cinesi sono visti come nemici “storici” e che contro Pechino hanno combattuto la guerra che ha portato alla divisione delle due Coree, denunciano che il costo del lavoro per le loro industrie sta crescendo insieme ad un diffuso razzismo e spiegano che il nuovo corso ambientalista del governo cinese sulle produzioni industriali si traduce in un aggravio di costi per le imprese straniere e non viene applicato a quelle cinesi, libere di continuare a inquinare come prima e più di prima e di sottopagare i loro operai. Tra le fabbriche straniere più colpite dalle nuove misure del governo cinese ci sono quelle elettroniche, di giocattoli, di accessori, tessili e di trasformazione in genere che rappresentano l’80% delle società coreane in Cina.

«Il governo impone regolamenti durissimi e molto costosi sullo smaltimento ecologico degli scarichi industriali, e si erge a paladino dei diritti dei lavoratori - dice a “Dong-A Ilbo” il direttore dello stabilimento Kotra a Dalian, Lee Pyeong-bok - Tutto molto giusto: peccato però che questo modo di fare venga applicato soltanto a noi, mentre le industrie cinesi fanno ciò che vogliono. In questo modo, non siamo in grado di reggere la loro competitività sul mercato interno, e perdiamo soldi».

I sudcoreani sono stati i pionieri dell’invasione industriale internazionale della Cina: negli anni ’90 sfruttando l’arricchitevi di Deng Xiao Pin, si sono precipitate nello sterminato mercato postmaoista più di 30mila industrie coreane attratte dalle allettanti mani libere, anche dal punto di vista fiscale e del costo del lavoro, promesse da Pechino. Oggi, secondo“Dong-A Ilbo” quell’ondata è in gran parte rifluita e le aziende coreane in Cina sono ridotte a 10mila, le altre se ne sono andate soprattutto perché si sentivano strozzate dalle tangenti imposte dai boss locali del partito comunista, un’accusa fieramente respinta dal governo cinese, ma poi ammessa con la denuncia del degrado morale e della corruzione che è echeggiata nel recente congresso del Pcc.

«Il numero delle nostre aziende in fuga cresce di giorno in giorno – dice al quotidiano coreano Hwang Jae-won, a capo di una fabbrica di giocattoli - nel 2003, il 41 % delle industrie coreane all’estero era in Cina; oggi siamo al 30 %, in rapida diminuzione. Il prossimo gennaio, infatti, entrerà il vigore il nuovo contratto per i lavoratori cinesi: per noi non lavoreranno mai in nero, come fanno per i loro compatrioti, e questo significherà altre perdite».

Nonostante dalle fabbriche coreane escano prodotti di qualità superiore rispetto a quelli cinesi, gli investimenti sudcoreani in Cina, che nel 2003 erano addirittura del 41,4% di tutti quelli fatti all’estero, nel 2006 sono calati al 31% e sono in calo ulteriore nel 2007. «Se devo pagare tangenti e coprire il costo ecologico di industrie protette dalla politica, preferisco farlo a casa mia – dice un imprenditore sudcoreano che sta abbandonando la Cina - Almeno, farò crescere l’economia coreana e non quella cinese».

Insomma, la società socialista armoniosa comincia dalle meno problematiche fabbriche straniere che, da parte loro, non nascondono che lo sfruttamento illegale e intensivo della manodopera e la mancanza dell’applicazione di regole ambientali sono stati finora un elemento essenziale per garantire la loro permanenza in Cina. Se questi presupposti saltano sono pronti o a rientrare nella più “costosa” Corea o a riversarsi in altri promettenti Paesi senza ancora diritti reali per i lavoratori, con salari più miseri di quelli cinesi e senza fastidiose leggi di protezione dell’ambiente, come le nuove mecche della globalizzazione: Vietnam e la Cambogia.

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