[21/12/2007] Consumo

Il blob planetario cinese e il liberismo autoritario

LIVORNO. In Italia probabilmente l’incontro tra Prodi e il presidente di un piccolo Stato insulare dell’Oceania (se mai avvenisse) non raggiungerebbe nemmeno il più nascosto trafiletto dei giornali. In Cina l’incontro tra il presidente Hu Jintao e il presidente della Micronesia Emanuel Mori è rilanciato oggi in pompa magna dall’agenzia ufficiale del governo, e Xinhua spiega che discutere di pesca, energia pulita, trasporti e turismo, sport e salute con uno dei più piccoli e sperduti Paesi del mondo «è una tappa importante dello sviluppo».

Forse sta tutta qui, nell’attenzione cinese a fare affari con tutti, a non snobbare nemmeno i mercati più poveri e marginali, la spiegazione dell’allarme lanciato oggi sulla Repubblica dal bell’articolo di Federico Rampini che illustra come la potenza economica cinese si stia estendendo come un inarrestabile blob planetario, fatto di yuan, dollari ed euro, conquistando i santuari della finanza capitalista, insinuandosi nei fondi di investimento, avvolgendo l’Africa ed il “terzo mondo” in una cascata di merci e di aiuti economici che in cambio non chiedono nient’altro che continuare a fare affari e nessuna compensazione democratica, nessuna richiesta di rispetto dei diritti umani, nessun diritto per i lavoratori, nessun richiamo al socialismo, al riscatto dei popoli che pure rimangono appesi come polverose ragnatele nei principi fondanti (e dimenticati) della Repubblica popolare cinese.

Così anche un industriale ricchissimo come Yin Mingshan, può dire tranquillamente a Rampini: «Mao ci ha insegnato che se puoi vincere devi combattere, se non puoi vincere devi fuggire. Io alleno la mia armata nei mercati più piccoli, quando saremo pronti passeremo alla battaglia successiva».

La scalata al cielo quindi non inizia più dalla rivoluzione culturale, ma dalla sconosciuta Micronesia e da inguardabili dittature africane come lo Zimbabwe.

La Cina è forte sia della sua spregiudicatezza odierna che di un passato privo di recenti macchie colonialistiche (escluso il buco nero del Tibet) che creano molti sospetti verso il paternalistico atteggiamento europeo e il missionarismo religioso e “democratico” dell’America e dell’esportazione del suo invidiato/odiato modello di società in Paesi dove le ciabatte di plastica made in China sono ancora una conquista sociale per la maggioranza della popolazione. Pechino questo lo sa, perché la povertà è ancora alle porte, come sa trattare con governi autoritari, simili al suo, ma de quali non porta responsabilità storiche, se non in rari casi come il Myanmar o la Corea del Nord.

Quello che ci propone la Cina è un modello politico ed economico del tutto nuovo eppure antico, fatto di sfruttamento massiccio della manodopera, di accordi tra un’oligarchia di un partito unico e le multinazionali con l’eterno e forse obbligatorio pelo sullo stomaco, di un’industrializzazione accelerata che mette insieme il dirigismo di Stato e le mani libere del liberissimo mercato, una bomba esplosiva che, come ha spiegato più volte Greenreport, ha colpito per primo l’ambiente e che erode silenziosamente salute, risorse e Pil. E che produce, come dice l’insospettabile Banca Mondiale, una crescita reale dell’economica cinese sovrastimata e che va ridimensionata «almeno del 40 percento», alla luce dei prezzi e dei salari vigenti in Cina, che sono pari a un decimo di quelli Usa.

E stupisce lo stupore di chi, davanti al rampante capitalismo “di Stato cinese” cinese, vede crollare l’equazione comunismo-dittatura e capitalismo-democrazia che aveva riempito le cronache ideologiche prima del crollo del muro di Berlino (sotto il quale la Cina non è finita) e che pacificava le buone e le cattive coscienze occidentali.

Stupisce perché il legame libero mercato-democrazia non è stato mai vero: il mondo era ed è pieno di dittature “capitaliste”, addirittura turboliberiste come quelle di Pinochet e dei golpisti argentini, di feroci satrapi africani al guinzaglio delle democrazie occidentali ma apertissimi alle rapine di mercato, dei regimi (ancora) autoritari dell’Asia delle tigri capitaliste.

Stupisce perché questo automatismo non ci aiuta a comprendere la mutazione genetica avvenuta in Cina che sembra stia servendo da modello ad altri Stati “comunisti” come il Vietnam ma soprattutto alla Russia di Putin che, dietro il paravento di una democrazia formale, ha ricostruito un potente ed intoccabile gruppo di potere che somiglia molto, anche nei metodi, al potere sovietico che si riteneva l’avanguardia del popolo, un potere modernizzato e ripulito che di fatto però usa gli stessi metodi autoritari, sebbene aggiornati, quasi affilati, metodi di controllo dell’opinione pubblica attraverso media asserviti e servili forze dell’ordine.

Stupisce che da molte parti non si veda che la linfa vitale che muove il mondo, la politica e l’economia, le risorse energetiche, siano sempre più in mano agli Stati, o meglio alle oligarchie statali e a gruppi di potere che hanno il pieno controllo di alcune economie emergenti o già mature, e che questa presa, nel mondo del pensiero unico della globalizzazione liberista, sia molto più ferrea, estesa e pervasiva di quando c’era la cortina di ferro.


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