[27/12/2007] Monitor di Enrico Falqui

Povertà e crisi ecologica del Pianeta

FIRENZE. Circa un anno fa, ho avuto la casuale fortuna di conoscere, in un convegno di scrittori internazionali organizzato per celebrare i 750 anni della nascita di Marco Polo, Han Shaogong, teorico cinese della “ Scuola delle radici “, che ha segnato la nascita di un nuovo fiorire della letteratura cinese.
In particolare fui colpito da un suo ragionamento in merito ai grandi cambiamenti economici, sociali e urbani che hanno cambiato con una velocità estrema ed estrema il volto della Cina, in questi ultimi anni.
“Questo cambiamento comporta minacce e crisi che si manifestano in modo evidente soprattutto nel rapporto tra Uomo e Natura e nei rapporti interpersonali, causando anche una certa confusione con la perdita di valori tradizionali. Il Potere e la Proprietà hanno fatto un patto troppo intimo”, diceva Han Shaogong, mettendo subito in evidenza che “…il divario tra ricchi e poveri, molto profondo in Cina, è visibile anche nel rapporto tra Città e Campagna. Metropoli ultramoderne le prime,realtà che appartengono a scenari medioevali, le seconde.”

L’aspetto più significativo di quell’incontro era tuttavia rappresentato dal fatto che Shaogong accusava gli scrittori cinesi di essersi uniformati ad una sorta di “trascendenza” dalla società come se le trasformazioni devastanti di quella società non li riguardassero”…. molti scrittori cinesi si occupano di comprare case ed automobili perché pensano che l’inverno sia lontano”.
In queste parole, riecheggiano gli stessi sentimenti che spinsero Charles Dickens nel 1837 a scrivere “Oliver Twist”, tre anni dopo l’approvazione della nuova legge sulla povertà che peggiorava la vita già spaventosa di migliaia di derelitti che la carità pubblica rinchiudeva in opifici-prigione, dove dovevano guadagnarsi il misero pane con lavori faticosi e non pagati.

Più recentemente anche Roman Polansky ha saputo trasformare quel romanzo in uno splendido film che offre agli spettatori occidentali la grande opportunità di guardare al passato, alla civiltà da cui proveniamo (la società capitalista dell’800 descritta da Dickens) per cercare di comprendere e riflettere meglio sul nostro presente, quasi a volerci ricordare che la Londra del XIX secolo non era così diversa dalle innumerevoli periferie del mondo del Terzo millennio.

Anche nel primo romanzo di George Orwell “Senza un soldo a Parigi e Londra”, scritto nel 1933, a cavallo delle due guerre mondiali, la povertà dei bassifondi parigini e londinesi viene descritta come una conseguenza “inevitabile, in quanto direttamente connessa all’evoluzione del capitalismo”, al pari della crisi ecologica del nostro Pianeta.
Orwell scrive che “essere senza soldi non è la fine del mondo. Tuttavia,si pensa molto sulla povertà ed è la cosa che fa più paura per tutta la vita.”
Orwell fa capire che la povertà conduce l’uomo a complicate meschinità e di fronte ad essa non si può rimanere neutrali.
Sono le stesse parole usate dall’arcivescovo nero di Città del capo in Sudafrica, Desmond Tutu, il quale ha affermato che “ se siete neutrali in situazioni di ingiustizia, vuol dire che avete scelto la parte dell’oppressore”.
“….Non essere neutrali significa impegno attivo per la pace e la cooperazione tra i popoli, non guerra e competizione esasperata per il dominio delle risorse”.

Se riflettiamo bene su queste precedenti affermazioni sul tema della povertà, possiamo arrivare a capire che oggi, nell’epoca post-fordista della globalizzazione delle economie e dell’interdipendenza delle sovranità statali, la povertà si presenta con facce molto diverse tra loro, al punto che oggi abbiamo bisogno di una nuova definizione del concetto di “Povertà”.
La realtà di oggi è che le persone non muiono per mancanza di soldi ma, come afferma Vandana Shiva, muoiono per mancanza di accesso alla ricchezza dei beni comuni.
La gente è povera quando deve comprare le proprie necessità di base a prezzi alti, senza riguardo per quale sia il loro introito.

Facciamo un esempio :una ricerca condotta negli anni 90 in India ha rivelato che variazioni anche minime della periodicità delle precipitazioni possono ridurre di un terzo l’utile dell’agricoltura di quel 25% della popolazione indiana ( circa 400 milioni di persone) che è la più indigente e povera. Invece, la stessa diminuzione di utile per il 25% della popolazione indiana più ricca , ha un effetto pressoché trascurabile.
Dunque, le modificazioni climatiche, i cui effetti, come oggi sappiamo,sono stati causati, in maggior misura, da parte dei Paesi più ricchi del pianeta, hanno effetti di impoverimento ulteriore per chi è già povero oggi.
Tuttavia, vi sono due aspetti da considerare riguardo a questo processo di impoverimento per effetto delle modificazioni climatiche globali.

Il primo, riguarda quella parte della popolazione che viene considerata povera perché non fa aumentare il PIL del proprio paese, in quanto mangiano il cibo che si sono coltivato, abitano in case che si sono costruiti da soli e indossano abiti prodotti con fibre naturali anziché sintetiche.
Noi li consideriamo “poveri” ma, secondo quanto ci raccontava Mahmood Mamdani nel suo saggio sull’India ( Il mito del controllo demografico,1969), essi vivono “esistenze sostenibili”in comunità dotate anche di una discreta qualità della vita.
Per essi , le modificazioni climatiche rappresentano un impoverimento irreversibile, poiché ne limitano l’accesso all’uso delle risorse alimentari essenziali per evitare di cadere nel circuito di ricatto dell’agro-business e dei prestiti del Fondo monetario internazionale.

Il secondo, riguarda tutti coloro che non hanno neanche la possibilità di costruire un modello di vita e di sviluppo di autosostentamento. Ne sono un esempio le popolazioni povere recentemente colpite dalle inondazioni nel Bangladesh. La maggior parte di queste famiglie, dopo le inondazioni , sono state costrette alla vendita dei beni di proprietà e alla richiesta di prestiti, così che, quindici mesi dopo il ritiro delle acque, il 40% della popolazione del Bangladesh copriva il debito familiare accumulato con il 150% della spesa mensile.
E ancora:due anni di prolungata siccità nel Malawi, sono stati sufficienti per ridurre la fertilità dei suoli agricoli e in un anno normale( quale questo in corso) due terzi delle famiglie non riescono a produrre mais a sufficienza per le proprie esigenze alimentari. L’alto costo dei fertilizzanti, la scarsa accessibilità delle scarse risorse idriche, le difficoltà di accedere ad un credito bancario” equo e solidale”renderanno la situazione di queste popolazioni al limite della loro sopravvivenza, nei prossimi anni.

Dunque abbiamo solo due strade davanti, ed è venuto il tempo delle decisioni, anche per noi Occidentali : o scegliere quella degli arricchiti nuovi scrittori cinesi che , come ci ha ricordato Han Shaogong “…comprano nuove auto, nuove case e nuovi elettrodomestici perchè pensano che l’Inverno sia lontano”. Oppure, consapevoli che la povertà sta aumentando e contagiando anche una gran parte delle popolazioni che vivono in Occidente, quindi riguardandoci ormai da vicino, scegliamo di rimuovere progressivamente la povertà di popolazioni che rappresentano circa un terzo dell’umanità, non soltanto con prestiti più equi da risarcire, quanto con una piena liberalizzazione dell’accessibilità, per tali popolazioni indigenti, delle risorse e dei beni comuni di cui essi si servono per vivere in uno sviluppo sostenibile e dignitoso, anche se profondamente diverso da quello occidentale.

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