[28/12/2007] Comunicati

Il patto per la sicurezza e la regolarità del lavoro non fa notizia?

FIRENZE. La scorsa settimana a Capannori un lavoratore è caduto dall’alto ed è grave. Non ha fatto notizia. Dopo mesi di concertazione è arrivato in porto il “Patto per la sicurezza e la regolarità del lavoro in Toscana”; si tratta di un serio tentativo volontario di contrasto delle azioni al ribasso sul costo del lavoro e della sicurezza negli appalti pubblici, nel rispetto delle norme sulla salute e sicurezza del lavoro. Neppure questo fa notizia.

Però si tenta di ridurre, anche per questa via, le sofferenze e i conflitti della vita sociale ed economica frutto dei mercati liberi (cioè lasciati liberi di operare senza regole, secondo le definizioni neoliberiste) e dei travolgenti mutamenti tecnologici. Le nuove tecnologie rendono impraticabili tradizionali politiche di piena occupazione e insieme alla brutale competizione senza regole e al ribasso del costo del lavoro, come di quelli ambientali e della salute, gettano nell’instabilità la divisione sociale del lavoro: è da questo punto vista che, forse, politiche regionali di regolazione dei mercati del lavoro possono essere un modello.

Molte occupazioni sono scomparse e stanno scomparendo e tutti gli impieghi sono meno sicuri. Esplode il lavoro precario, nero (dove agiscono le mafie) e a termine, molti lavori sono trasformati in libere professioni non legati ad alcuna istituzione o azienda particolare. Ricompaiono malattie della povertà oltre a quelle legate all’insicurezza e alla prevaricazione individuale e collettiva.

Nuove tecnologie dell’informazione creano élite ma anche riduzione di molti lavori a forme meno qualificate o a bassa intensità di conoscenze, oltre alla totale scomparsa di intere professioni una volta migliori e sicure. Per buona parte della popolazione più giovane le tradizionali istituzioni “borghesi” come la carriera e la vocazione professionale non esistono più.
Ma la stessa economia aziendale, come istituzione sociale, si sta svuotando (a che serve, allora, continuare a declamare la centralità dell’impresa, se non come destinataria di aiuti pubblici o puro apparato ideologico?).

La crescita del lavoro a contratti esterni riduce la forza lavoro permanente, i costi sociali del lavoro sono scaricati sugli individui trasferendo su di loro la responsabilità della spesa delle pensioni, della maternità, della salute, ecc.. Decade così la solidarietà tra le diverse parti della società e si diffonde il degrado sociale e ambientale. Senza la consapevolezza di un diritto leso, lavorare in salute e sicurezza, tra i lavoratori si estende la rassegnazione, ma anche l’impotenza delle istituzioni di fronte alle vite colpite da ambienti di lavoro insalubri e rischiosi.

Contrastare questo stato di cose è difficile, come esercitare il pensiero critico verso l’attuale globalizzazione capitalista senza regole dove, a fronte di movimenti di capitali finanziari sempre più grandi, favoriti da crediti a basso costo, da strumenti finanziari via più sofisticati e speculativi (in cui sono coinvolti risparmiatori, azionisti, fondi pensione, ecc.), dirigenti di multinazionali e di private equites si assegnano guadagni “demenziali” per mettere in pratica i “quattro grandi principi di razionalizzazione produttiva” (Ramonet 2007): ridurre l’occupazione, comprimere i salari, accelerare i ritmi e delocalizzare.

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