[03/01/2008] Parchi

Balene: ancora proteste ma il Giappone non molla

LIVORNO. Mentre a Melbourne gli animalisti australiani protestavano davanti al consolato di Tokyo esponendo bandiere con il sol levante trasformato in un macchia grondante sangue, il governo giapponese per allentare la tensione annunciava di aver deciso di concedere “la grazia" definitiva alla 50 megattere, una specie a rischio di estinzione, che aveva deciso di cacciare nelle acque tra l’Australia e l’Antartide.

«Ma non rinuncia alla "condanna a morte" di circa mille balene nel Santuario dell´Oceano Antartico» dice Greenpeace che ha inviato la sua nave "Esperanza" all´inseguimento della flotta baleniera giapponese.

Il Giappone appare sempre più isolato e ormai quasi tutti i Paesi chiedono di fermare la caccia alle balene praticata con la scusa della ricerca scientifica.

«La ricerca scientifica giapponese è un vero scandalo – spiega Greenpeace - in anni di caccia non ha mai prodotto un dato utile. Gli scienziati non hanno bisogno di uccidere le balene per studiarle».

Ma anche l’utilizzo alimentare dei cetacei comincia a mostrare una certa crisi. Per gli ambientalisti «la carne di balena non ha mercato. Un sondaggio pubblicato in Giappone nel giugno 2006 dal Nippon Research Centre mostra che oltre due terzi dei giapponesi intervistati disapprova la caccia baleniera in Antartide e che il 95% non mangia mai, o solo raramente, carne di balena. E´ per questo che nei magazzini giapponesi sono ammassate circa 4.000 tonnellate di carne di balena invendute: hanno anche provato a usarla come mangime per cani!».

Dal punto di vista economico la testardaggine nipponica di continuare a uccidere le grandi balene sembra ancor meno sostenibile: «la caccia baleniera mette a rischio l´attività del whale watching, la pacifica osservazione delle balene in mare – spiaga Greenpeace - che ha un mercato mondiale di un miliardo di dollari l´anno. La gente ama osservare questi affascinanti animali da vivi. Di certo non fatti a pezzi dalle baleniere. Le balene valgono molto più da vive che da morte. Per questo Greenpeace ha lanciato una proposta per una rete di riserve marine che copra il 40 per cento dei mari del Pianeta, inclusa una proposta specifica nel Mediterraneo. Questa rete servirà a proteggere gli ecosistemi pelagici e quindi anche i cetacei.

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