[14/01/2008] Consumo

Carne clonata per tutti: alla faccia della biodiversità!

LIVORNO. La notizia che la Fda americana ha dato il via libera all’utilizzo di prodotti provenienti da animali clonati ha creato un discreto polverone sia oltreoceano sia in Europa e stimola alcune riflessioni. Una dichiarazione ancora preliminare, da parte dell’organismo americano che tutela la sicurezza alimentare, da cui risulta che questi prodotti sono da considerarsi sicuri, ma che rinvia alla prossima primavera le eventuali normative sull´etichettatura delle bistecche clonate. Ma che potrebbero anche non arrivare, se l´Fda confermasse come ha fatto finora, che non è necessario informare i consumatori dell´origine di ciò che stanno acquistando, dato che – sostengono - gli animali clonati (e i prodotti che da loro derivano, ovvero carne e latte ) sono uguali a quelli ottenuti con metodi naturali. E anche su questo “naturale” ci sarebbe da discutere, dato che ormai le tecniche di allevamento industriale, ricorrono in maniera estesa alla fecondazione artificiale, che avviene da incroci tra riproduttori iperselezionati o per meglio dire tra lo sperma congelato dei maschi con pedigree con ovociti di femmine in cui è stata sincronizzata chimicamente la fase dell´ovulazione per rendere più economico ed efficiente il processo riproduttivo.

Vista sotto questo punto di vista la clonazione, ovvero la riproduzione di un individuo uguale a se stesso a partire da cellule embrionali o da cellule somatiche adulte, è da considerarsi nient’altro che la fase finale di un processo di industrializzazione degli allevamenti che procede con l’approccio della standardizzazione a tutti i livelli. Sino ad arrivare, appunto, agli animali fatti con lo stampo: scelti quelli che garantiscono le caratteristiche più adatte al mercato che si vuole soddisfare, se ne fanno tante copie tutti uguali. In definitiva quello di cui si sta discutendo in questi giorni riguardo alle bistecche clonate americane: la clonazione da cellule somatiche di individui scelti per le loro caratteristiche di soddisfare il mercato. Quello che arriverà sulle tavole non sarà certo ancora l’animale clonato, che ha ancora costi elevati e non potrebbe fornire carne a buon mercato, ma la prole finché è in grado di riprodursi, e poi l’animale stesso quando è arrivato a fine vita. Una macchina per produrre latte e carne, ancora più sincronizzata per le qualità e le caratteristiche che può esprimere, rispetto a quanto avviene già adesso negli allevamenti di tipo industriale. Ma che, come tutti gli animali allevati in queste condizioni, presenta notevoli problemi riguardo alla maggiore frequenza di malattie e infezioni batteriche e che – di conseguenza- necessiterà di maggiori trattamenti farmaceutici di routine, per evitarli.

Quando invece, la variabilità genetica è già di per sé un vantaggio, offrendo meno suscettibilità a epidemie e fattori limitanti e più potenzialità di adattamento a seconda delle esigenze. Ma quale è la necessità di mettere a punto un animale così sincronizzato? Non certo quello di garantire una maggiore produzione. Perché non è questa la ricaduta e l’obiettivo che si pone un simile progetto. Quindi non vi è la giustificazione spesso addotta, anche per gli alimenti ogm, di ottenere maggiori quantità di prodotti con minore sforzo per “dare un contributo a ridurre la fame nel mondo”!

L’obiettivo sembra allora in maniera sempre più evidente quello del bisogno della standardizzazione a tutti i costi. Del prodotto che presenti uguali caratteristiche in qualsiasi parte del mondo sia ottenuto. Lo stesso sapore, lo stesso colore, gli stessi contenuti di grassi e di proteine, le stesse caratteristiche nutrizionali. La logica Mc Donald’s ripetuta all’ennesima potenza. La logica delle multinazionali (del cibo in questo caso) che proponendo consumi globalizzati, possono garantirsi mercati in ogni angolo del mondo, così da poterli soddisfare. E la varietà? Le tradizionali tecniche agricole e di allevamento? Le tipicità? Le tradizioni culinarie? In una parola, la biodiversità? Dove sta in tutto questo ragionamento? E’ evidente che non trova posto. O paradossalmente, la tutela della biodiversità può essere vista come un ulteriore motivo per proseguire su questa strada, dato che – secondo questo approccio - la clonazione può essere letta come elemento utile per tutelare una specie in via di estinzione.

L’approccio dell’uomo tecnologico che è in grado di rimediare ad ogni suo danno. E che può spingersi con la tecnologia dove vuole a suo piacimento. O dove i mercati lo indirizzano. Una logica che - senza volersi addentrare in sfere delicate quale l’eugenetica, la cui applicazione ha già portato a orribili pagine della nostra storia - da tempo si sta dimostrando non poi così infallibile per migliorare il rapporto tra la qualità della vita dell’uomo e quella del pianeta.


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