[15/01/2008] Trasporti

Herbie sbarca in America

FIRENZE. La curva delle emissioni di CO2 sta diventando sempre di più la cartina tornasole dello stato di salute, oltre che del clima del pianeta, dell’ economia mondiale. Dopo le lampanti analogie con la curva di crescita delle temperature medie, che hanno portato sotto gli occhi di tutti l’evidenza dell’effetto serra, ecco che in occasione del salone espositivo di Detroit (“Naias”, il primo dell’anno e tra i principali del nordamerica) si nota un parallelismo inverso di nuovo genere: quello tra emissioni medie delle auto prodotte dalle case automobilistiche e loro tasso di variazione delle vendite dal 2006 al 2007 sui mercati nazionali di riferimento. Di fronte ad una crescita delle immatricolazioni di vetture nel 2007 del 3,5% (dati Unrae- La Repubblica) a livello globale (e mettendo da parte i pur ovvi valori di clamoroso incremento nelle vendite del 29% in Brasile e del 22% in Cina), sono in molti casi ditte orientate in modo particolare verso la produzione di auto a minor consumo a spingere il mercato nazionale. Stati Uniti e Giappone, che della potenza e le dimensioni delle proprie vetture hanno fatto un vanto (da sempre nel primo caso, da alcuni anni nel secondo), registrano flessioni del 2,5 e del 5%. In Europa (circa il +1% a livello medio) spicca il forte calo della Germania (-8%, valore che permette comunque di mantenere la leadership nelle vendite sul continente) di fronte agli aumenti del 6,6% in Italia e del 1,3% in Francia. E non si possono non mettere a confronto le attuali emissioni medie di CO2 delle case francesi e italiane (Renault 147 g/km, Peugeot-Citroen 142, Fiat 144) con gli oltre 170 g/km emessi in media dalle case tedesche, dati che avevano infiammato il dibattito sulla recente proposta di Direttiva Ue sul tetto alle emissioni da veicoli privati.

A motivi congiunturali e alle politiche di incentivi più o meno mirate si somma, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, una netta differenziazione delle fonti energetiche (ormai l’elettrico ibrido ha conquistato pure la nicchia dei più grandi Suv, sia pure a livello di sperimentali concept car) e la comparsa sul mercato americano (e il loro previsto lancio pubblicitario su larga scala, come conferma la presenza al Naiaf, accanto ai mastodontici Pick-up che continuano comunque a dominare la scena, della piccola Smart, dieci anni dopo il suo lancio in Europa) di auto di dimensioni e consumi ridotti. Chrysler, Ford, la stessa General Motors stanno contemporaneamente orientando parte della propria produzione di massa verso la trazione elettrica ibrida e verso lo sviluppo di vetture di minor impatto in termini di spazio. La fine del sogno (dell’incubo?) americano del petrolio inesauribile e a basso costo, la conversione ai biocarburanti con le sue ricadute sul costo dei generi alimentari, i conflitti in medio oriente, l’evidenza del cambio climatico: tutti fattori che stanno determinando un netto cambio di mentalità, oltre che nell’amministrazione, anche nelle scelte del consumatore medio statunitense i termini di mobilità.

Non più “bigger is better”, quindi, ma un primo passo in direzione di un più sostenibile “small is cool”. E l’auspicio è di un vero mutamento culturale nel nuovo continente oltre che in Europa, la fine appunto dell’epopea degli spazi sconfinati (e delle risorse infinite) che ha portato le case produttrici e i compratori verso auto insensate per dimensione e consumo di carburante. E l’inversione, almeno dal punto di vista della mobilità, di quel flusso modaiolo che ha riempito l’ Italia di giocattoli ingombranti, pericolosi e inquinanti.

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