[18/01/2008] Comunicati

La geografia può e deve far rima con sostenibilità

LIVORNO. Uno dei paradossi del nostro tempo è che la globalizzazione – pur avendo in un certo senso accorciato le distanze - non ha portato ad una maggiore conoscenza del mondo nella sua globalità. Semmai sta tentando in tutti i modi di renderlo più standardizzato secondo il modello occidentale, ma questo è un altro e più drammatico problema. Lo si capisce soprattutto dal basso livello di istruzione geografia-storica raggiunto dalle nuove generazioni. Oggi l’allarme viene lanciato (e ripreso da Repubblica) dagli ispettori del ministero dell’istruzione inglese che nella loro relazione lamentano scarsa attenzione dei teen ager alla materia («noiosa e irrilevante») con un calo di frequenza ai corsi di geografia alle medie superiori pari all’11 per cento nel 2007 e al 33% dal 1997. Colpa di un insegnamento non all’altezza (25 per cento del corpo docente è considerato non qualificato) e, dicono sempre gli ispettori, della ormai cronica cancellazione delle gite (il 65 per cento delle scuole non le fa più).

Il tema è cruciale, ma non perché (o meglio non solo) in Italia la situazione è molto simile, con un’ignoranza generale da far cadere le braccia (in un recente sondaggio il 18 per cento di un campione di studenti ha detto che Pistoia è in Nebraska). Bensì perché lo sviluppo sostenibile ambientalmente e socialmente passa dalla conoscenza che parte dal sapere almeno dove uno vive. In altre parole si perde la percezione della georeferenzialità ovvero il rapporto fra un fenomeno e il luogo in cui esso si manifesta. Ma anche le dimensioni, tanto che – anche a causa di cartine geografiche assurde – molti ritengono che l’Europa sia più grande dell’Africa perché così viene rappresentata, mentre per conoscenza il nostro continente è solo 10.400.000 km², contro i 30.065.000 km² dell’Africa, che rappresenta il 20,3% delle terre emerse del pianeta. Un terzo quindi con però quasi lo stesso numero di abitanti: oltre 800 milioni in Africa contro più di 750 milioni del nostro continente.

Questa è la geografia che serve per capire i fenomeni sociali e ambientali e dar loro le giuste dimensioni. Il nostro ministro della pubblica istruzione (lo abbiamo scritto) ha deciso di rimettere al centro dell’insegnamento proprio la geografia, con una sperimentazione che durerà fino al 2009, compiendo un gesto di grande lungimiranza. Perché non si tratta di prendere un righello, battere sulla lavagna e far dire a tutti quali sono gli affluenti del Po, oppure le capitali del mondo (che comunque non farebbe male conoscere), quanto piuttosto l’incrocio tra le conoscenze geografico-ambientali con quelle economiche e scientifiche.

L’incrocio tra ecologia ed economia – già maturo da tempo a livello universitario – non è declinato a livello di ciclo di studi di elementari-medie-superiori. Dove si è – nelle migliori delle ipotesi - ancora nell’equivoco che l’ambientalismo sia solo la difesa e la salvaguardia del territorio. Quando invece la sfida sta nel riorientare l’economia verso la sostenibilità ambientale, obiettivo raggiungibile nel momento in cui si è per prima cosa in grado di capire almeno i fenomeni causati dal livello di sviluppo insostenibile raggiunto oggigiorno.

Della necessità di una visione complessiva del problema e non di una parte per il tutto, che riduce ogni cosa nella ricerca di una bacchetta magica che faccia tornare l’aria pulita o faccia sparire le cose brutte lasciando quelle belle. Come si fa a parlare di effetto serra se non si sa neppure perché il giorno si alterna con la notte? Oppure di riduzione dei rifiuti alla fonte, quanto non si sa distinguere la raccolta dal riciclo o dallo smaltimento? Oppure ancora come si fa a difendere un territorio se si ignora dove sia e quali caratteristiche abbia la sua capacità di carico? Sfruttiamo dunque l’opportunità di viaggiare, di leggere, di studiare, di socializzare con i tanti stranieri che sono nel nostro paese per scoprire le dimensioni (ambientali, sociali, politiche, economiche) di ciò che ci circonda, dei fenomeni che le mettono a rischio, ed essere così poi in grado di comprendere e praticare la sostenibilità.

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