[18/01/2008] Comunicati

Per la Corte di cassazione il "puzzo" è reato

LIVORNO. Anche le “molestie olfattive” su scala industriale costituiscono reato di “gettito di cose pericolose”: lo dice la Corte di cassazione sezione penale con sentenza di ieri. Una linea intransigente quella della Corte nei confronti delle fabbriche che producono odori che superano la “stretta tollerabilità”, ma che in ogni caso (giusta o sbagliata) sopperisce a un vuoto legislativo esistente in materia.

La presenza di odori sgradevoli è considerato un serio fattore di alterazione del benessere psicofisico e può provocare malesseri fisici e sgradevoli e sensazioni di disagio. Ma nella maggior parte dei casi la situazione di inquinamento olfattivo non sottolinea l’insorgenza di particolari pericoli reali per la salute dei cittadini perché la concentrazione dei composti responsabili degli odori sgradevoli sono inferiori alle soglie di pericolo o in altri casi soglie di pericolo codificate non esistono. Ed è proprio in questo caso che i problemi maggiori nascono.

Una normativa specifica sulle molestie olfattive infatti, non esiste e per questo gli operatori come i giudici devono fare riferimento ad articoli del codice civile, penale, normative regionali, leggi statali datate e singoli Decreti ministeriali che non riguardano direttamente le sostanze odorifere. Così come non esistono parametri, metodi e linee d’approccio sperimentate e comuni per il controllo.

Però è indubbio che le molestie odorose provocano nei soggetti esposti vivaci reclami presso le amministrazioni locali e ricorsi presso i tribunali. Ne consegue prima di tutto, che il contenimento dell’inquinamento olfattivo è uno dei fattori da considerare per la compatibilità ambientale delle industrie.

Ma far fronte a questo tipo d´inquinamento può risultare molto complesso: una riduzione delle emissioni magari con l’applicazione di tecnologie appropriate da parte degli impianti non elimina necessariamente il disturbo sofferto dagli abitanti, poiché ogni individuo ha la propria soglia di percezione degli odori. E l’individuazione della categoria di reato nella quale far rientrare questi tipi di situazioni risulta arduo e influenzabile dalla soggettività dell’operatore.

Per non parlare poi delle situazioni in cui gli odori non tollerabili derivino da impianti per esempio di compostaggio, dove il contemperamento degli interessi tra esigenze di recupero dei residui organici e le ragioni della proprietà è previsto dalla normativa sulle emissioni. Anche qui non esistendo dei parametri oggettivi per valutare la tollerabilità dell’odore diventa difficile dirimere le controversie non solo a livello giuridico ma anche da parte delle pubbliche amministrazioni che si trovano a far fronte alle proteste di comitati o di singoli cittadini.







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