[22/01/2008] Parchi

“Night Time Spinach”: così i profughi si mangiano la biodiversità

LIVORNO. Un nuovo rapporto di Traffic, la rete di sorveglianza del commercio delle specie di fauna e flora selvatiche svela che «l’assenza di carne nelle razioni destinate ai rifugiati in Africa orientale genera un traffico fiorente di carne selvatica. Con la conseguenza di minacce accresciute per la gestione della fauna selvatica ed i metodi di sussistenza delle comunità rurali». Il rapporto “‘Night Time Spinach’: Conservation and livelihood implications of wild meat use in refugee
situations in north western Tanzania”, si basa su dati raccolti a Kagera e Kigoma, in Tanzania, un Paese che accogli una delle più grandi popolazioni del mondo di rifugiati e la più numerosa dell’Africa.

La carne di selvaggina, cacciata di frodo e commercializzata di nascosto, viene cucinata in numerosi campi profughi durante la notte, da qui il soprannome “spinacio di sera”. «Il consumo di selvaggina nei campi di rifugiati dell’Africa dell’Est ha aiutato a dissimulare il fallimento della comunità internazionale nel soddisfare i bisogni alimentari dei rifugiati – spiega George Jambiya, il principale autore del rapporto – Gli organismi di soccorso non vogliono vedere le vere ragioni del bracconaggio e del commercio illegale: una mancanza di proteine nelle razioni dei rifugiati».

Un numero sempre più alto di profughi ha spesso come corollario un importante degrado degli habitat e un declino drammatico della popolazione di specie selvatiche nelle aree interessate. Le più in pericolo sono specie rare come lo scimpanzé, la cui carne è molto richiesta, ma anche bufali, antilopi ed altri erbivori stanno avendo una diminuzione considerevole. Dopo l’indipendenza della Tanzania, nel 1961, nel Paese sono stati approntati più di 20 grandi campi di rifugiati, spesso in prossimità di riserve di caccia, parchi nazionali ed altre aree protette. Nel 2005 ce n’erano ancora 13 e negli anni 90 si calcolava che nei due più grandi campi profughi tanzaniani si consumavano ogni settimana 7 tonnellate e mezzo di selvaggina.

Secondo Simon Milledge di Traffic «I rifugiati sono doppiamente penalizzati: i loro diritti ad un minimo di cure umanitarie non sono sempre presi in considerazione ed i loro tentativi di ottenerle sono criminalizzati. Di contro, l’aiuto umanitario del quale beneficiano le popolazioni sfollate in Croazia, Slovenia e Serbia, durante gli anni 90, includeva approvvigionamenti di carne in scatola. Qualche cosa non funziona se I rifugiati che sono fuggiti per scappare dai fucili nei propri Paesi devono oggi fuggire per scappare dalle armi dei guardiani quando cercano di nutrirsi».

La carne della selvaggina costa meno di quella delle mucche locali ed è più appetitosa, dal punto di vista culturale, per molti dei rifugiati. Intorno ad essa si crea un mercato parallelo che fa sopravvivere meglio molti sfollati, con una sfida anche alle autorità della Tanzania, che, per evitare la sedentarizzazione e la stabilizzazone di masse enormi di rifugiati, scoraggiano in ogni modo l’autosufficienza economica dei campi profughi.

Secondo il rapporto, «La perdita di specie selvatiche potrebbe causare una perdita generale di entrate economiche nella misura in cui le regioni si svuotano delle loro specie e che i visitatori perdono il loro interesso al loro riguardo. Questo potrebbe avere conseguenze economiche e suscitare il risentimento della popolazione locale» . Soprattutto in Paesi come la Tanzania nei quali il turismo dei parchi legato alla presenza dei grandi mammiferi ha un’importanza vitale. Per le associazioni ambientaliste, che in quelle aree sono ben lontane dalla visione etica dell’intangibilità della vita animale che magari propugnano in occidente, la soluzione sarebbe quella di fornire carne di animali selvatici legale, rinforzando nello stesso tempo il mantenimento dell’ordine e il rispetto delle leggi.

«La triste realtà – dice sconsolata Susan Liebermann, direttrice del programma specie del Wwf – è che quelli che più dipendono dalle risorse della carne selvatica sono anche quelli che abitualmente pagano il prezzo più elevato generato dalla perdita di biodiversità. Il Wwf chiede alle agenzie umanitarie di vigilare sulla sicurezza alimentare dei rifugiati, compreso l’apporto di proteine animali, al fine di assicurare un avvenire a tutti». E la direttrice del programma specie dell’Iucn (il World conservation union che insieme al Wwf aderisce a Traffic) Jane Smart, sottolinea che «La lista rossa dell’Unione internazionale per la natura dimostra che un gran numero di specie sub sahariane sono minacciate, e che il 20% del declino osservato all’interno di queste popolazioni è causato dal commercio di selvaggina». Il rapporto insiste sulla necessità di uno stretto partenariato tra gli organismi umanitari ed ambientali che hanno già realizzato progressi in materia di impatti causati dai campi profughi, per esempio la deforestazione.


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