[23/01/2008] Comunicati

World social forum, un altro movimento è possibile?

LIVORNO. A Davos, in Svizzera, parte oggi il world economic forum che sino a domenica vedrà confrontarsi gli uomini più potenti dell’asse economico mondiale sul tema: ”il potere dell’innovazione condivisa”. Ma non ci sarà in contemporanea anche la discussione altermondialista del world social forum che, dal movimento di Seattle e poi di porto Alegre, veniva organizzata ogni anno. O meglio ci sarà ma la scelta per cui opta quest’anno il movimento è quella di non convocare il meeting “centrale” che da sette anni caratterizza il forum, ma di organizzare un forum “diffuso” in tutto il mondo. Oltre 700 eventi organizzati da più di mille organizzazioni in ottanta paesi che il 26 gennaio daranno vita ad una giornata di azione globale dall’Australia al Brasile, dalla Palestina agli Stati Uniti, che per effetto dello scorrere dei fusi orari diventerà una lunga maratona che potrà essere seguita on line sul sito ufficiale del forum. Permettendo quindi anche una partecipazione virtuale alle iniziative di tutto il mondo.

Un segno di debolezza secondo molti, cui la responsabile delle attività internazionali dell’Arci e membro del coordinamento internazionale del Forum, Raffaella Bolini risponde, con stupore, un secco no. Anzi dice la Bolini: «la partecipazione di oltre 1000 organizzazioni vuol dire che queste continuano a sentirsi parte di un’alleanza globale per il cambiamento».

La fase attuale del movimento altermondialista, spiega la Bolini è quella di una articolazione in tante vocazioni tematiche, senza però perdere di vista l’importanza di un’alleanza globale. E in questa scelta di frammentare le iniziative anziché convocare il forum plenario, c’è anche una ricerca di modalità diverse per attrarre l’attenzione da parte mediatica, che nel corso degli anni è andato scemando.
E’ pur vero che l’attenzione mediatica è diminuita perché la forza innovativa evocata dal movimento no global si è andata via via afflosciando, per effetto di un combinato disposto che in teoria avrebbe dovuto rafforzare il movimento, ma in pratica ne ha velato la forza propulsiva. Le tematiche evidenziate dal movimento altermondialista della contraddizione della crescita, dello sviluppo ineguale, degli effetti sociali dei cambiamenti climatici che si riflettono negativamente prima fra tutti sulle popolazioni che ne hanno minor responsabilità, di quelli che prima erano vissuti come bisogni e che diventano a tutto campo diritti, sono state progressivamente riconosciute da quella che tradizionalmente era ed è la controparte del movimento stesso.

Tutte queste tematiche sono adesso mature (e non lo erano certo a Seattle) e lo sono per quei vertici dell’economia mondiale che si riuniscono a Davos, come lo sono per la gran parte dei consiglieri economici dei governi europei e dei paesi ad economia emergente. Che si trovano adesso a dover fare i conti con il rallentamento dell’economia mondiale, con lo spettro della recessione, «il nemico “R” che rovina la festa globale di Davos» come titola stamani il quotidiano economico Sole 24ore.
Mai come adesso quindi il terreno potrebbe essere fertile per riscrivere le regole di uno “sviluppo diverso” e per delineare i confini di “un altro mondo”.

Ma per farlo o il movimento riesce a darsi una sorta di organizzazione politica autonoma o trova una sponda politica in grado di rilanciare formule e scenari di sviluppo diversi da quelli che hanno caratterizzati i movimenti politici del novecento, in cui la crescita economica era e rimane il totem cui far riferimento per dare risposte di equità sociale, bisogni e diritti, per delineare uno sviluppo volto alla sostenibilità.

Il movimento altermondialista non sembra però capace di darsi questa autonomia e del resto la sinistra europea non ha saputo svolgere il ruolo di sponda per ridisegnare una riconversione dell’economia in chiave ecologica, capace di scardinare i modelli contraddittori della crescita come volano di sviluppo e portatrice di equità. Come anche la sinistra che governa molti paesi del sud America è rimasta ancorata a una visione arcaica delle tematiche dello sviluppo aprendosi a forme più o meno marcate del capitalismo classico. Modello scelto appieno dalla Cina e da ciò che rimane delle “dittature del popolo” asiatiche.

Quindi chi cerca di combattere le derive del modello di sviluppo entrato in crisi in irrevocabile, non riesce né a darsi una organizzazione, né a trovare una sponda forte cui appoggiarsi affinché le istanze del movimento vengano agite nella realtà, così da cambiare il modello. E la contraddizione è nel fatto che i segnali della necessità del cambiamento (nei meccanismi della crescita) vengono proprio da quella parte (centri di potere economico) che è stato il portatore del modello di sviluppo attuale. Perché come affermava giustamente Albert Einstein «i problemi non possono essere risolti dallo stesso atteggiamento mentale che li ha creati».

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