[13/03/2008] Comunicati

L´annunciata crisi economica fra rischi e opportunità

LIVORNO. L’aumento del prezzo del petrolio arrivato ormai quasi a quota 110 dollari al barile, a detta di molti, è più legato alle speculazioni finanziarie che non a problemi come l’aumento della domanda o l’affievolirsi della risorsa certa. S’investe sul petrolio, cioè, come investimento futuro, abbandonando i titoli americani in dollari e optando sull’oro nero come fosse una forma di risparmio e di possibili profitti.

Ma c’è anche chi interpreta questa crisi economica come il frutto tra un divario strutturale tra offerta e domanda a livello planetario, dovuta dall’escalation dei consumi dei paesi di nuova industrializzazione e «di un ritorno alla normalità di un’economia (americana, ndr) che ha vissuto per anni al di sopra dei suoi mezzi, distruggendo risparmio e generando squilibri in tutto il mondo». Lo sostiene Innocenzo Cipolletta (Nella foto), con un suo articolo sulla prima pagina del Sole24Ore.

L’ex direttore di Confindustria, attuale direttore di Fs, vede da questa crisi, l’opportunità di un rilancio dell’economia reale, lasciandosi alle spalle il predominio della finanza, anche sfruttando la condizione favorevole offerta dall’apertura dei mercati creata dai processi di globalizzazione. Come è avvenuto con la crisi petrolifera del 1973, che dette l’avvio ad un processo di trasformazione economica basato sulla modifica di tutti i processi produttivi guidata dall’innovazione tecnologica, in particolare dall’avvento dell’informatica, per far fronte alla carenza energetica.

Fenomeni che hanno determinato i processi di globalizzazione da cui «sarebbe sciocco e drammaticamente pericoloso - sostiene Cipolletta- pensare di tornare indietro» con il rischio di perdere i vantaggi che questa situazione contingente potrebbe offrire per uscire dall’attuale fase di crisi economica.

Tutto sta nel come si pensa di rispondere all’inflazione. Se lo si fa nella maniera consueta sino ad ora adottata, ovvero aumentando l’offerta di prodotti (manufatti e servizi) a prezzi bassissimi, la conseguenza non potrà che essere quella di ampliare nel contempo l’ulteriore domanda di materie prime e di energia; se si pensa invece di ridurre la domanda, tema che da nessuna parte si pone per il timore di accelerare la recessione e di indebolire la crescita (basta leggere le dichiarazioni di questi giorni sui quotidiani), questo potrebbe ingenerare nel medio periodo, sostiene sempre Cipolletta «una modifica delle politiche e una riallocazione delle risorse a favore dell’offerta di prodotti rincarati». Vale a dire prodotti a maggiore contenuto di informazione tecnologica e minore contenuto energetico e di materia prima ad esempio.
«Per le materie prime e l’energia, la storia insegna – sostiene sempre Cipolletta- che solo il loro prezzo elevato consente di sviluppare tecnologie e ricerca per ridurre la nostra dipendenza dalle fonti di approvvigionamento esistenti».

E se i paesi industriali avessero avuto l’intuizione e la saggezza di orientare meglio la ricerca e l’innovazione tecnologia verso interventi per ridurre il consumo di materie prime e di energia, anche utilizzando il sistema fiscale, adesso sarebbero attrezzati per affrontare più adeguatamente l’attuale crisi economica.
Cipolletta, che non tradisce le sue origini confindutriali, aggiunge che non avendolo fatto con le regole ci penserà adesso il mercato a riorientare l’economia in tal senso «per superare una penuria che è essenzialmente economica e non fisica». Si potrebbe obiettare che è difficile che il mercato da solo sia in grado di supplire ad una carenza (e confusione) di regole e che è spesso proprio dal mondo economico, che il mercato ben conosce, che si richiama la necessità di una governance politica globale (e locale) che detti regole. Come si potrebbe obiettare che oltre che economica la penuria è ormai anche fisica, dato che le risorse naturali sono in continua diminuzione e che se non si interverrà dal lato della domanda sono destinate ad erodersi in maniera sempre più drammatica.

Ma bisogna riconoscergli il merito di aver posto- con una voce assolutamente fuori dal (suo) coro- il tema della necessità di rivedere l’attuale modello di sviluppo e di non rispondere agli attuali problemi economici con la chiusura verso l’esterno ed agendo esclusivamente quanto maniacalmente sul costo del lavoro.
Rifiutando la «politica di chi cavalca le paure della gente e si propone di proteggere le classi più deboli attraverso il rifiuto dell’integrazione internazionale». L´ambientalismo, se vuole incidere davvero sulla sostenibilità, deve produrre analisi e proposte altrettanto lucide e coraggiose.


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