[09/04/2008] Energia

Nuove e vecchie energie e il ruolo delle istituzioni

PISA. In un recente libro ‘La dittatura del PIL’ Pierangelo Dacrema (ed. Marsilio 2007) scrive alla conclusione che oggi ‘Quasi tutte le attività economiche provocano un impoverimento delle riserve dei beni naturali (giacimenti di varia, fertilità della terra, risorse idriche) e un peggioramento delle condizioni dei corpi riceventi ambientali).’ E poiché i materiali che ‘transitano’ attraverso ciascun settore economico incidono sulla qualità dell’ambiente si è giunti alla proposta di calcolare un prodotto interno lordo (PIML) non dissimile dal prodotto interno lordo valutato in moneta che metta insomma nel conto anche l’ambiente che il PIL non solo ignora ma contabilizza in attivo anche quando lo si distrugge o si danneggia. Tavole relative a questo input/output sono state redatte già per la Germania, la Danimarca, la Finlandia. La proposta presentata alla Camera dei deputati sulla contabilità ambientale nel 2004 ha proprio questo scopo.

Ma se vogliamo intendere in tutta la sua reale e micidiale portata gli effetti di questo ‘consumo’ dell’ambiente è bene senza trascurare altri contributi importanti rifarsi a due corposi fascicoli; Aspenia; Eco catastrofismo (Anno 12 n. 38-2007) e Limes; il clima dell’energia (6- 2007). In queste quasi 700 pagine sono raccolti i più vari e diversi contributi che vanno dai negazionisti più ostinati agli allarmisti più sfegatati. Interessante risulta una indagine in cui sono stati messi a confronto i giovani italiani e quelli inglesi sui rischi ambientali. Salvo qualche differenza in risposta a talune domande specifiche in generale quasi le stesse percentuali (40%) ritengono che l’ambiente peggiorerà e ben il 60% si considera abbastanza informato. Qualche differenza significativa si rileva invece nel giudizio sull’operato del proprio governo. In 9 casi su 10 gli italiani ritengono che il proprio paese non stia facendo abbastanza per tutelare l’ambiente, un quarto pensa che non stia facendo assolutamente niente. E’ un opportuno richiamo a chi spesso dimentica che dire senza fare non basta.

Aspenia apre con una intervista di Marta Dassù a Giuliano Amato il quale trova ‘abbastanza futili le polemiche sulle cause del cambiamento climatico, ciò che conta è che il dato è ormai assodato, il climate change è un effetto indiscutibile, quale che ne siano le ragioni’…’Il fatto è che si deve comunque intervenire in due modi; dobbiamo rallentare le conseguenze del fenomeno, e dobbiamo imparare a convivere con quelle conseguenze’.

Una posizione senza dubbio ragionevole e condivisibile che evita di rinviare qualsiasi decisione a più probanti accertamenti scientifici, non raccogliendo quindi l’invito di chi forte delle obiezioni degli scettici che negano in tutto o in parte la stessa attendibilità del rapporto dell’ONU a cui –vedi Guido Visconti su Limes- rimprovera di avere ignorato –ad esempio- le critiche severe del rapporto Stern anche al film e al libro di Gore che come è noto hanno comportato il divieto di proiezione nelle scuole inglesi per i troppi errori e imprecisioni, a indugiare e aspettare; appunto a non fare. Non meno severe naturalmente sono le critiche ai negazionisti i cui studi spesso –come è stato ampiamente documentato- sono lautamente finanziati da potenti gruppi privati specie dell’energia che di cambiare strada hanno poche o nessuna intenzione.

Il che pone in termini anche eticamente disturbanti la questione del ruolo della scienza e degli scienziati che possono essere indotti – e non soltanto dal sostegno dei privati ma anche dei poteri pubblici- a non ‘dispiacere’ ai committenti. Problema quanto mai delicato nel momento in cui stiamo vivendo l’avvento di una stagione inedita dell’evoluzione culturale dell’uomo, fondata sulla scienza e su quel tipo di tecnologie che –come scrive Luciano Gallino- ‘incorpora volumi senza fine crescenti di conoscenza scientifica’ ( Gallino 20007) E che fa dire ad un economista serio come Robert Solow ( lo ricorda Giorgio Ruffolo) che finora il progresso tecnologico si è realizzato attraverso un aumento della produttività del lavoro, può ora realizzarsi attraverso un aumento della produttività delle risorse ( esempio il risparmio energetico). Un esempio che deve far fischiare le orecchie al nostro paese che in 10 anni ha perso il 15% della sua efficienza energetica.

Quella che emerge dalla lettura in particolare ma non solo di questi due corposi fascicoli è una realtà che lascia pochi spazi alle crociate di qualunque segno e che richiede al contrario molta capacità e disponibilità al confronto che non sempre registriamo. E ciò proprio perché come è detto in uno degli scritti su Limes il cambiamento climatico è ‘una catena di eventi composti da migliaia di anelli per modificare ognuno dei quali sarebbe necessaria una rivoluzione totale sia nei nostri stili di vita che in quelli della produzione industriale’. Tanto rilevanti questi problemi che in molti pensano che l’ecologia è disciplina troppo importante per affidarla agli ecologi, tanto più se ecologisti.

Fatto sta che a fronte della drammaticità di un serie di situazioni da quella relativa al ciclo delle acque, della desertificazione, riduzione delle terre coltivabili a seguito di eccessivo sfruttamento, l’ONU per la prima volta riconosce il cambiamento climatico come catalizzatore di conflitti.

D’altronde nel libro dedicato alle aree protette fluviali uscito in questa stessa collana avevamo ricordato alcuni importanti libri sulla situazione dei fiumi nel mondo dai quali emerge una situazione paurosa specie in alcune parti del pianeta dove si sta dando attuazione o sono previsti progetti di portata e dagli effetti biblici a cominciare dalla Cina. Tanto è vero che c’è chi paventa in un futuro neppure tanto lontano trasmigrazioni di milioni di persone cacciate dai loro territori desertificati o allagati che possono innescare nuovi conflitti armati.

Ma anche se guardiamo più vicino a casa nostra -non dimenticando naturalmente che nessuno è fuori dalla portata di certi eventi che proprio per questo sarebbe stupido ignorare- non c’è da stare tanto più allegri.

-continua domani-

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