[15/04/2008] Energia

Lo stato dell’industria nucleare mondiale

LIVORNO. Dato che il Pdl ha propagandato urbi et orbi la sua volontà di riaprire fortemente al nucleare in Italia, ora che ha vinto le elezioni è certo che tenterà in tutti i modi di portare avanti questa idea. Ci pare quindi interessante pubblicare parte del “The World nuclear Industry Status Report 2007” (Lo stato dell’industria nucleare mondiale nel 2007) scritto da Mycle Schneider con i contributi di Antony Froggatt e commissionato dal Gruppo dei Verdi – ALE al Parlamento Europeo. Schneider lavora come consulente esterno sulle strategie energetiche e nucleari internazionali da Parigi e fa fondato l’Agenzia Informativa sull’Energia WISE-Parigi nel 1983 e l’ha diretta sino al 2003. Dal 1997 è stato consulente per il Ministro dell’Energia Belga, i Ministri per l’Ambiente Francese e Tedesco, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Iaea), Greenpeace. Antony Froggatt lavora come un consulente Europeo indipendente sull’energia da Londra. Dal 1997 ha lavorato come ricercatore e scrittore professionista sulle politiche energetiche e nucleari in UE e nei paesi vicini. Aggiornato a dicembre 2007, il dossier spiega, in un capitolo intitolato “Retorica più che realtà” che «Molto dell’ottimismo mostrato dalla lobby del nucleare è limitato alla retorica. La strategia dell’industria del nucleare è chiara: nell’assenza di possibilità di rinascita a breve e medio termine del settore, le speranze si spostano ad una generazione di reattori completamente nuova, i cosiddetti reattori di IV Generazione. Questi reattori sarebbero molto più piccoli di dimensioni (dai 100 MW ai 200 MW), così come i requisiti finanziari richiesti; rappresentano quindi una soluzione più flessibile grazie ai tempi di costruzione molto più brevi ed a potenzialità di rischio ridotte tramite un minor utilizzo di materiali radioattivi e misure di sicurezza passive. Nel frattempo le industrie del nucleare tentano di estendere la vita di sistema delle centrali atomiche quanto possibile per mantenere vivo il mito di un futuro nucleare».

Interessante anche quanto viene riferito circa l’azione del precedente Commissario dell’NRC Peter Bradford, che «fu coinvolto nel licenziare 25 reattori nucleari e arriva ad una conclusione severa sulla prospettiva dell’energia nucleare: “Quelli che dicono cose del tipo “Può salvare la terra” (National Geographic, aprile, 2006) o “L’energia atomica pulita può fermare il riscaldamento globale” (Wired Magazine, febbraio, 2005) vi stanno invitando in un pericoloso paese dei balocchi in cui l’energia nucleare sarà sovra sovvenzionata e insufficientemente controllata mentre altre promettenti e più rapide risposte ai cambiamenti climatici saranno scartate e i gas serra che avrebbero potuto evitare continueranno ad inquinare i cieli in quantità pericolose».

Nelle conclusioni il quadro è ancora più chiaro: «Alla fine del 2007 sono operativi 439 reattori al mondo, 5 in meno di un lustro fa. Ci sono 34 unità “in costruzione” secondo la International Atomic Energy Agency (Iaea), 20 in meno che alla fine degli anni ’90. Nel 1989 erano attivi 177 reattori in quelli che sono ora i 27 Stati Membri dell’UE ma questo numero è ridotto a 146 unità alla fine del 2007. Nel 1992, il Worldwatch Institute a Washington, WISE-Paris e Greenpeace International pubblicarono il primo Stato dell’industria nucleare mondiale. Un primo aggiornamento nel 2004 ha dimostrato corrette le analisi del 1992. In realtà la capacità combinata delle 436 unità operative al mondo nell’anno 2000 fu meno di 352.000 MW – in contrasto con la previsione dell’International Atomic Energy Agency (IAEA) negli anni ’70 che stimava 4.450.000 megawatt. Attualmente, i 439 reattori operativi totalizzano in tutto 371.700 megawatt. Le centrali nucleari forniscono il 16% dell’elettricità, il 6% dell’energia primaria commerciale ed il 2-3% dell’energia finale mondiale – con tendenza al ribasso – meno del solo idroelettrico. Ventuno dei 31 stati a disporre di centrali nucleari hanno ridotto la loro percentuale di energia nucleare nel mix energetico del 2006 rispetto al 2003. La vita operativa media delle centrali in esercizio è 23 anni. Alcuni gestori prevedono una vita utile di sistema di 40 anni o più. Considerando che la vita media d’esercizio delle 117 unità già chiuse è di circa 22 anni, raddoppiare questo valore sembra già ottimistico tuttavia abbiamo assunto di raggiungere i 40 anni di vita media per i reattori operativi o attualmente in costruzione113 e abbiamo calcolato quante centrali all’anno saranno chiuse. Questa valutazione consente di valutare il numero di centrali da attivare nei prossimi decenni per mantenere lo stesso numero di centrali operative. In aggiunta alle unità attualmente in costruzione e con una data di accensione stabilita, 70 reattori (40.000 MW) dovranno essere progettati, realizzati ed avviati entro il 2015 – uno ogni mese e mezzo – inoltre serviranno ulteriori 192 unità (168.000 MW) nei prossimi dieci anni successivi – una ogni 18 giorni. Questo risultato non è diverso dall’analisi del 2004».

«Anche nell’ipotesi che Finlandia e Francia costruiscano un reattore ciascuna – prosegue il documento - , la Cina altre 20 unità (da segnalare la sua fame di uranio, vedi oggi Sole24Ore, e tutto ciò che ne consegue, ndr) e Giappone, Corea ed Europa dell’Est aggiungano qualche altra centrale, il trend a livello mondiale del nucleare sarà probabilmente verso il basso per i prossimi due o tre decenni. Con tempi di costruzione di 10 anni o più è praticamente impossibile mantenere o addirittura incrementare il numero delle centrali nucleari nei prossimi 20 anni, a meno che i tempi d’esercizio non vengano sostanzialmente aumentati oltre i 40 anni medi. Non ci sono elementi a sostegno di questa possibilità. Mancanza di mano d’opera qualificata, enorme perdita di competenze, significativi colli di bottiglia nel processo produttivo (una sola fabbrica al mondo, Japan Steel Works è in grado di forgiare le grosse caldaie nucleari per certi reattori), mancanza di fiducia da parte delle istituzioni finanziarie, forti concorrenti nell’altamente dinamico settore del gas naturale e delle energie rinnovabili aggravano i problemi d’invecchiamento dell’industria del nucleare».

«Due anni e mezzo dopo l’inizio dei lavori – conclude lo studio - , il progetto pilota del costruttore di materiale nucleare più grande al mondo, il reattore EPR Olkiluoto-3 da parte di AREVA è già oltre due anni in ritardo e con uno sforamento di costo almeno di €1,5 miliardi (50%). Nel giugno 2005, la rivista “Nuclear Engineering International” ha pubblicato un’analisi dell’edizione 2004 de “Lo stato dell’industria nucleare mondiale” nel loro titolo “Per concludere - In netto contrasto con molteplici rapporti di una potenziale ‘rinascita nucleare’, l’era dell’atomo è prossima al tramonto più che all’alba”. Alla fine del 2007, non abbiamo nulla da aggiungere».

E in Italia come stanno le cose? L’Enea si è “portata avanti con il lavoro” e già giovedì scorso ha tenuto un workshop dal titolo "Enea e la ricerca sul nucleare". Segnaliamo che nel dossier pubblicato, parlando di Un nuovo nucleare sostenibile, e dicendo quindi implicitamente che quello vecchio non lo era, spiega che «È opinione diffusa che per un graduale rientro sul medio-lungo termine dell’Italia nel nucleare da fissione è condizione necessaria – anche se non sufficiente - un´azione forte ed immediata per l’innesto del sistema italiano, ed in particolare dell’Enea, nelle principali iniziative europee ed internazionali di R&S sul nucleare sostenibile. Da questo punto di vista, molto è stato fatto in questi ultimi anni. In particolare: - L’Italia partecipa, tramite Euratom, al Generation IV International Forum, inoltre dal novembre 2007, l’Italia è diventata anche partner della Global Nuclear Energy Partnership (Gnep) e l’Enea sta esprimendo propri rappresentanti nei vari Working Group della struttura organizzativa internazionale».

Non ci pare un granché, visto che secondo l’attuale maggioranza in Italia si potrebbe fare una centrale atomica entro quattro anni e ci pare oltremodo significativo che sulla questione, tra le più importanti, legate alla proliferazione del nucleare, ovvero la gestione delle scorie, l’Enea non ha in tasca molto di più che speranze di futura risoluzione del problema: «Sul tema della gestione dei rifiuti radioattivi sono di fondamentale importanza – anche per dare soluzione definitiva al problema delle scorie radioattive provenienti dagli impianti nucleari (reattori ed impianti del ciclo del combustibile) italiani dismessi – le attività relative all’individuazione del sito ed alla successiva realizzazione del deposito definitivo dei rifiuti radioattivi di II categoria e temporaneo dei rifiuti di III categoria, nonché quelle di R&S (ricerca e sviluppo, ndr) per il loro smaltimento geologico».

E per quanto riguarda i cicli del combustibile avanzati che consentano la minimizzazione dei rifiuti radioattivi ed il migliore sfruttamento delle risorse naturali? «Lo sforzo italiano di R&S si concentra da tempo sui metodi di Partitioning & Transmutation in sistemi nucleari critici e sottocritici. In particolare l’Enea è uno dei partner principali del progetto europeo Eurotrans - il progetto più rilevante del VI Programma Quadro dell’area waste management con budget pari a 43 M€ e 45 partner - che si propone di realizzare un progetto concettuale per un trasmutatore industriale di scorie nucleari, che utilizzi leghe di piombo come materiale di spallazione e fluido refrigerante». Insomma, per dirla come Lo stato dell’industria nucleare mondiale nel 2007, anche ad aprile 2008 non abbiamo niente di nuovo da aggiungere.

Torna all'archivio