[16/04/2008] Energia

Guerra del pane: diamo ai biocarburanti ciò che è dei biocarburanti

ROMA. Non stiamo «scherzando col fuoco dell’insostenibilità», in realtà facciamo «molto sul serio» per distruggere la vita su questo pianeta. L’articolo di Lucia Venturi pubblicato da greenreport sottolinea la tragedia della fame nel mondo che si estende anziché ridursi. C’è però un punto, quello che riguarda il rapporto fra aumento dei prezzi del grano e sviluppo delle coltivazioni agroenergetiche finalizzate alla produzione di biocarburanti, sul quale vorrei interloquire per dire che si attribuiscono eccessive responsabilità dell’aumento del prezzo del pane ai biocarburanti. Non dico naturalmente che essi non siano una delle cause, ma sicuramente non la principale, come invece una campagna molto pressante vorrebbe dimostrare. Stabilito che siamo tutti d’accordo che prima di produrre per fare andare in automobile noi abitanti dei paesi ricchi è più giusto farlo per sfamare i popoli poveri, concentrare però sui biocarburanti le responsabilità dell’estendersi della fame nel mondo è un po’ riduttivo.

Provo ad indicare altre e concomitanti concause dell’attuale forte aumento del prezzo del grano. La prima è che da circa un trentennio in tutto il mondo sono ridotte al minimo le riserve di grano e che a questa riduzione corrisponde una ingente e imprevista (modifica delle abitudini alimentari) richiesta di grano da parte di Cina, India e Nordafrica. La seconda è che questa sproporzione fra offerta e domanda di grano è ulteriormente aggravata dai cambiamenti climatici che nel 2007 hanno determinato avverse condizioni meteorologiche che hanno condizionato i raccolti che già superavano di poco quelli del 2006 e comunque insufficienti a ripianare le riserve e contemporaneamente a far fronte alla maggiore richiesta di paesi emergenti tradizionalmente non consumatori di cereali. Se a queste cause si aggiunge anche la cauta e speculativa attesa dei paesi tradizionalmente esportatori nell’autorizzare la vendita del grano prodotto, il quadro delle responsabilità risulta decisamente più chiaro.

Andrebbe anche aggiunto che fino ad oggi il maggiore sviluppo di culture bioenergetiche si verifica in Paesi dove le superfici utilizzabili sono ingenti e possono tranquillamente permettere la convivenza delle colture alimentari con quelle energetiche. Come esempio di questa possibile convivenza si può prendere il Brasile con i suoi tre milioni di Km quadrati di terra coltivabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4% produce etanolo, ma alle medesime conclusioni si potrebbe giungere per gli Stati Uniti, la Cina l’Ucraina, l’Australia e l’Argentina.

Insomma per farla breve io credo sia necessario attribuire ai biocarburanti le effettive responsabilità che essi hanno nell’ascesa dei prezzi dei prodotti alimentari e del pane in particolare, ma vanno anche ricordate le più rilevanti concause che determinano la crisi, anche perché insistere molto sulle responsabilità dei biocarburanti potrebbe effettivamente portare ad una riduzione delle superfici dedicate alle agroenergie, ma col risultato poco entusiasmante che i popoli ricchi continuerebbero ad andare in auto alimentate a benzina e quindi ad inquinare e quelli poveri ad avere fame perchè anche eliminando la produzione di biocarburanti il prezzo del pane continuerebbe a salire.

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