[02/05/2008] Comunicati

CO2 e temperatura: chi influenza chi? Il parere di Giampiero Maracchi

FIRENZE. Chiunque abbia avuto modo di vedere “An inconvenient truth”, il documentario presentato da Al Gore che ha portato all’attenzione generale l’evidenza e la drammaticità del cambio climatico in corso, ricorderà sicuramente il momento rappresentato nell’immagine. In essa, il premio Nobel per la pace, salito su una scaletta telescopica, sta mostrando all’uditorio le analogie tra tasso di CO2 atmosferica (linea rossa nel grafico) e temperature medie (linea azzurra) nel corso degli ultimi 600.000 anni, e le relative previsioni di crescita nel secolo prossimo venturo. E molti ricorderanno anche la battuta con cui Gore introduceva il grafico che vediamo rappresentato. Raccontava di quei bambini particolarmente arguti che, davanti ad una carta geografica, osservavano l’evidente coincidenza tra i profili di Africa e Sudamerica e domandavano alla maestra: «sono mai stati uniti tra loro, in passato?», anticipando così con l’umano intuito le successive spiegazioni sulla deriva dei continenti.

L’analogia mostrata da Al Gore lasciava ben pochi dubbi allo spettatore: come si può negare un significativo ruolo antropico nel riscaldamento globale, quando la corrispondenza tra le oscillazioni di CO2 e quelle della temperatura media è così evidente agli occhi? Lo spettatore era indotto a concludere che le emissioni antropiche (sia dirette con le emissioni, sia indirette con disboscamento e riduzione della biodiversità) avessero un ruolo di enorme importanza nel mutare delle condizioni climatiche, cioè che ad ogni variazione della quantità di gas serra nella fase atmosferica del ciclo degli elementi potenzialmente climalteranti corrispondesse una conseguente variazione delle temperature: ed è questo il momento del documentario che è raffigurato.

E le cose stanno effettivamente così: ma solo in parte. In realtà, le conoscenze scientifiche allo stato attuale non ci permettono di sapere con precisione se nel ciclo climatico è la crescita della CO2 a influenzare le temperature, o se sono invece le temperature stesse a influenzare la quantità di questo gas serra. In pratica non sappiamo ancora se prima è nato l’uovo, o prima la gallina. Ovviamente l’effetto serra non è in discussione: anche se non sappiamo se la CO2 sia da considerarsi tra i fattori di innesco del mutamento di temperatura, è comunque evidente come essa sia di contributo (insieme ovviamente agli altri gas serra) al ristagno del calore e dell’energia all’interno del sistema atmosferico, una volta che detto calore (e detta energia) siano aumentati nel sistema in conseguenza della variazione di altri fattori (es. astronomici, orbitali, geotermici).

Quindi noi sappiamo con certezza solo che l’effetto serra (o meglio: l’aumento indiscriminato di quel naturale, benevolo effetto serra che permette la vita sul pianeta) è qualcosa di reale e in buona parte quantificabile, e sappiamo per certo che il surriscaldamento terrestre in atto è causato in parte dalle emissioni antropiche dirette e indirette, e dalla loro paurosa crescita nel corso del secolo passato. Ma capire quanto (in che percentuale, cioè) l’uomo influenzi il clima è veramente la sfida del 21° secolo: e questa comprensione (a cui è ovviamente correlata l’affidabilità stessa degli scenari climatici futuri presenti nel quarto rapporto Ipcc) passerà in gran parte dalla comprensione del rapporto effettivo tra CO2 e temperature medie.

Un nuovo studio presentato recentemente sul Carbon balance and management journal (rivista peer-reviewed ad accesso libero) sembra indicare che la corrispondenza tra CO2 e temperature è destinata a raggiungere un picco in futuro, per poi progressivamente dissolversi. Secondo i due ricercatori dell’istituto Obukhov di fisica atmosferica (Accademia russa delle scienze), Igor Mokhov e Alexej Eliseev, nuovi modelli di calcolo mostrano che il sistema feedback tra CO2 e temperatura, per cui esse sono contemporaneamente causa della mutazione dell’altra e sua conseguenza, è destinato a raggiungere un picco, dopo il quale le temperature prenderebbero una strada indipendente dal biossido di carbonio. Conclusioni che metterebbero in dubbio l’efficacia delle politiche di riduzione dell’uso dei combustibili fossili, anche se non scalfirebbero in alcun modo la loro lungimiranza, che è basata su un sano principio di precauzione, indipendentemente dalle certezze e i dubbi che si hanno sull’effettiva dinamica sul clima.

Abbiamo chiesto a Giampiero Maracchi, ordinario di climatologia all’università di Firenze e direttore del centro Ibimet-Cnr, il suo parere a riguardo.

Professor Maracchi, qual è il suo parere riguardo alle ricerche effettuate dai ricercatori dell’istituto Obukhov?
«E’ una teoria che prevede che l’andamento della CO2 atmosferica possa andare a regime rispetto all’incremento di calore che essa causa nel sistema climatico. E’, appunto, una teoria matematico-fisica, non un livello sperimentale, e andrebbe dimostrata. Il nuovo modello elaborato dai ricercatori russi ha gli stessi problemi dei modelli dell’Ipcc: sono modelli fisico-matematici complessi, con forte possibilità di errore per il futuro. Occorre guardare ciò che è successo in passato, mentre su ciò che succederà le variabili sono molteplici».

Gli scenari per il futuro previsti dal quarto rapporto Ipcc sono raccolti in campiture molto ampie, che consentono quindi una certa attendibilità: raccogliendo tutti i modelli elaborati (quelli con probabilità di avverarsi tra il 5% e il 95%) si arriva ai famosi possibili 1,1-6,4 gradi di aumento della temperatura media entro il 2100.
«Parlare di 5% o di 95% non ha senso: sono scenari aleatori anche quelli dell’Ipcc. Stesso discorso vale per i russi: il loro modello è una trattazione matematica, e si basa su assunti di base: basta che solo uno di questi assunti sia errato per fare cadere tutta la dimostrazione.

Il problema è che, indipendentemente da quale sarà il futuro, ciò che è già successo è sufficiente per preoccuparsi. I cambiamenti climatici dal 1990 in poi sono ascrivibili con certezza al ruolo umano: la discussione verte solo su quanto l’uomo abbia influito e influisca. Negli ultimi 400.000 anni la quantità di CO2 atmosferica (pur oscillando) è variata in un range che va da 210 a 290 ppm, quantità raggiunta a inizio ‘900. Dall’anno 1900 al 2008 il tasso di CO2 è salito da 290 a 380 ppm: in soli 100 anni si è avuto un incremento di CO2 che ha raddoppiato il range che era stato percorso in 400.000 anni. E’ un dato macroscopico, e non c’è dubbio che sia di pura origine antropica. Anche perchè la quantità di gas serra introdotti nell’atmosfera con emissioni dirette e indirette la sappiamo con sufficiente approssimazione, e corrisponde all’incremento di ppm nell’atmosfera di questi gas. E si consideri che questo aumento di gas serra è associato allo sviluppo di tecnologie a cui, per ora, hanno accesso solo 600 milioni di persone, a cui si stanno sommando adesso 2 miliardi tra cinesi e indiani. Nel 2030 saremo 9 miliardi, sulla terra, e queste tecnologie saranno ancora più diffuse: l’impatto sul pianeta sarà ancora più macroscopico».

Ma qual è l’esatta correlazione tra livelli di CO2 (e degli altri gas serra) e variazione delle temperature? Chi influenza chi, al di là dei successivi meccanismi di feed-back che causano un’influenza reciproca?
«Le datazioni dei carotaggi e degli altri metodi di ricostruzione paleo-climatica hanno – allo stato attuale delle conoscenze – range di variabilità di migliaia di anni: lavoriamo su dei proxy che non permettono un livello di precisione che arrivi a datazioni annuali, di cui avremmo bisogno. Chiarire la questione non è facile, è una cosa ancora da capire».

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