[02/05/2008] Comunicati

Diminuisce l’ossigeno negli oceani tropicali

LIVORNO. “Science” in edicola pubblica l’articolo “Expanding Oxygen-Minimum Zones in the Tropical Oceans” frutto del lavoro di un team internazionale di ricercatori Leibniz Institute of Marine Sciences (Ifm-Geomar) dell’Università di Kiel e del Leibniz Insitute for Baltic Sea Research Warnemünde di Rostock in Germania, in collaborazione con le americane National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) e Scripps Institution of Oceanography, che si basano sulle serie storiche degli ultimi 50 anni della concentrazione di ossigeno disciolto in alcune regioni oceaniche tropicali confrontate con gli ultimi dati raccolti e disponibili.

Il team di ricerca e lo studio sono stati guidati da Lothar Stramma dell’Ifm-Geomar e da Janet Sprintall, una oceanografa dello Scripps. I ricercatori hanno scoperto che i livelli di ossigeno negli oceani tropicali ad una profondità tra i 300 e i 700 metri sono diminuiti nel corso degli ultimi 50 anni e che le regioni oceaniche povere di ossigeno si stanno espandendo come le acque calde, limitando le aree in cui possono vivere pesci predatori ed altri organismi marini, con un impatto che potrebbe avere notevoli conseguenze biologiche ed ecologiche.

«Abbiamo trovato la più estesa riduzione alla profondità tra i 300 e i 700 metri nell’Atlantico tropicale di nord-est, mentre le modifiche nella parte orientale dell’Oceano Indiano sono molto meno pronunciata – spiega Stramma – Se questi cambiamenti nell’ossigeno osservati siano da attribuire al solo global warming è una domanda ancora irrisolta. La riduzione di ossigeno può essere anche causata da processi naturali su una scala temporale più breve».

Sprintall evidenzia che, tramite il fluire delle correnti, le acque povere di ossigeno possono potenzialmente spostarsi dalle profondità oceaniche verso le zone costiere. La superficie della zona a basso tenore di ossigeno è in espansione, sia verso la profondità che verso la superficie: nello strato compreso tra i 300 e i 700 metri di profondità, il tasso di diminuzione annua è stato stimato tra 0,09 e 0,34 micromoli per chilogrammo.

Lo studio si avvale anche dei dati raccolti nel corso delle ultime crociere dio ricerca oceanica effettuate nel quadro del programma Climate Variability and Predictability (Clivar), un lungo studio del World Climate Research Programme che cerca di comprendere i cambiamenti climatici attraverso le interazioni tra oceano ed atmosfera.

Per poter documentare la diminuzione dell’ossigeno Il team di ricercatori ha selezionato le regioni oceaniche dalle quali ottenere la maggiore quantità di dati, alcuni dei più recenti provengono dai sensori di ossigeno che sono stati applicati a 150 boe galleggianti del sistema Argo, una rete mondiale di 3.000 boe che analizza i dati oceanici a partire dalla salinità e dalla temperatura delle acque.

Secondo Lina Levin, una biologa oceanografa dello Scripps, un ampliamento delle oxygen-minimum zones potrebbe portare ad una diminuzione della biodiversità e ad una più estesa diffusione di organismi che si sono adattati a vivere in acque povere di ossigeno: «penso che sia un territorio inesplorato. Oxygen minimum zones più spesse potrebbero incidere sul ciclo dei nutrienti, sulle relazioni tra predatore-preda e le migrazioni del plancton. Se l’espansione delle oxygen-minimum zones avesse un’incidenza sui bordi continentali, si potrebbe assistere a grandi cambiamenti dell’ecosistema».

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