[08/05/2008] Comunicati

Myanmar: la catastrofe ambientale diventa umanitaria e politica

LIVORNO. A quasi una settimana dall’arrivo mortale del tifone Nargis sul delta dell’Irrawaddy, in Myanmar, il conto ufficiale dei morti è arrivato a 22.980 e quello degli scomparsi a 42.119, ma solo a Labutta, una città al centro del delta, ci sarebbero almeno 80 mila vittime. Ong americane danno una stima di oltre 100 mila morti, la più grande strage climatica “moderna”, dovuta in gran parte alla ignavia di un feroce regime militare che continua ad affermare il suo stolto potere sul fango che copre i morti e i villaggi cancellati, ossessionati dalla necessità di tenere il referendum (che doveva esserci il 10 maggio in tutto il Paese e che è stato spostato al 25 nelle aree più colpite dal ciclone), che dovrebbe confermarli nel loro cieco potere.

E’ sempre più evidente che la dittatura militare sia stata avvisata da più parti dell’arrivo di un ciclone micidiale e che hanno ignorato quegli allarmi. L’Indian Meteorological department (Imd), che segue tutti gli eventi climatici nel golfo del Bengala, aveva allertato la dittatura di Yangoon già a partire dal 26 aprile. «Aggiorniamo costantemente le informazioni alle autorità del Myanmar e anche il 30 aprile abbiamo fornito dettagli sulla probabile rotta, velocità e luoghi dell’impatto» ha detto all’agenzia Ips il direttore dell’Imd, B.P Yadav. L’avviso degli amici indiani non era stato ignorato dal dipartimento di meteorologia del Myanmar che aveva lanciato un allarme sul suo sito il 27 aprile, ma internet nel Paese è strettamente controllato dai militari e usato da pochissime persone e il regime non ha fatto niente per diffondere questa informazione che avrebbe potuto salvare decine di migliaia di vite con l’evacuazione delle isole del delta dell’Irrawaddy e delle zone costiere colpite.

La situazione è paradossale, mentre il Paese è annichilito dal più grande disastro della storia birmana, mentre i profughi ambientali dei villaggi scomparsi si trascinano a cercare aiuto verso città che hanno a loro volta bisogno di tutto, i media statali continuano a diffondere propaganda per votare “si” al referendum, ma hanno diffuso il primo allarme su Nargis solo quando questo aveva già raggiunto l’area intorno a Yangoon e spazzato via le prime baraccopoli.

Per la leader dell’opposizione democratica, Aung San Suu Kyi, che è agli arresti domiciliari da anni, «le vittime del tifone hanno bisogno urgente dell’aiuto internazionale», ma solo oggi i militari birmani hanno accettato anche gli aiuti americani, ma la dittatura non vuole tra i piedi le Ong occidentali, accusate di essere le teste di ponte della Cia per appropriarsi di un Paese stretto alleato della Cina, che condivide col Myanmar una lunghissima frontiera, e anche i giornalisti non sono graditi perché stanno cominciando a filtrare da Yangoon le proteste della gente disperata che, ormai senza più niente da perdere, denuncia l’indifferenza delle autorità di fronte al disastro. Le foto di soldati in posa che rimuovono alberi o scaricano gli aiuti internazionali con le divise linde stanno facendo indignare ancora di più i birmani, secondo diplomatici e giornalisti presenti a Yangoon sono i monaci buddisti ad occuparsi in prima persona della rimozione dei detriti e sui blog birmani su internet si definiscono le immagini televisive sono «pura propaganda, non sono assolutamente vere. Perché i media stranieri le diffondono lo stesso?»

A Yangoon nessuno sa cosa è veramente successo nelle bidonville che la circondano e tutti sono alla ricerca di acqua potabile, ma la tragedia umanitaria è immensa nelle isole del delta non ancora raggiunte dagli elicotteri e sulle basse coste dell’Irrawaddy, spazzati via da onde di oltre 2 metri e dalle acque del fiume esondate che allagano ancora 5 mila kmq.

Di fronte a questa tragedia biblica, il governo militare ha nominato un ministro addetto ad esaminare le domande di visto dei volontari delle Organizzazioni umanitarie straniere che vogliono portare aiuto alla popolazione. L’aereo con i rifiuti che abbiamo visto sui nostri telegiornali è quello dell’Ocha, l’agenzia per gli affari umanitari dell’Onu, l’unico fino a ieri autorizzato ad atterrare, mentre l’Onu preme per poter fornire 22 tonnellate di aiuti urgenti bloccati in Thailandia, ma non è disposta a far gestire direttamente I 10 milioni di dollari di aiuti già disponibili. Gli operatori dell’Oche presenti in Myanmar parlano di cooperazione con i militari «ragionevole, ma che con nuovi ritardi potrebbe diventare potenzialmente critica».

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha esortato la dittatura birmana «a rispondere all’ondata di sostegno e solidarietà internazionale facilitando l´arrivo dei lavoratori umanitari e l’entrata delle derrate e materiale di soccorso in tutte le maniere possibili". La Francia ha chiesto che il Consiglio di sicurezza dell’Onu «imponga» alla giunta militare di lasciar passare gli aiuti internazionali, riuscendo così a scavalcare l’ostruzionismo cinese ogni volta che si parla di Myanmar. Anche gli Usa hanno invitato la Cina ad «usare tutta la sua influenza» per far ragionare i militari birmani. Il pericolo di epidemie è altissimo: «dopo l’appello del governo per gli aiuti internazionali – diceva ieri Medici senza frontiere – è essenziale che i visti d’urgenza vengano concessi e che i carichi di materiale di primo soccorso siano autorizzati ad entrare nel Paese: equipes di Msf sono in attesa da oltre 48 ore per venirci in aiuto nel delta».

Gli amici cinesi sembrano più impegnati con le olimpiadi, ma alla fine Qin Gang, il portavoce del ministro degli esteri, ha detto che «La Cina crede che il governo e il popolo del Myanmar supereranno le difficoltà causate dal ciclone e riprenderanno una vita normale al più presto possibile. la China ha deciso di offrire un milione di dollari, tra cui materiale di soccorso per un valore di 500 mila dollari». E gli aiuti cinesi sono davvero arrivati ieri a Yangoon. Ma l’alleato-padrone cinese ha dato molto meno dei tre milioni di dollari che arriveranno dagli odiati Usa e dei due milioni di euro già stanziati dall’Unione europea ai quali se ne aggiungeranno altrettanti o forse più da parte dei vari Paesi dell’Ue.


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