[03/06/2008] Recensioni

La Recensione. La forma delle coste di Enzo Pranzini

Parafrasando uno dei classici gialli di Camilleri, della serie del commissario Montalbano «la forma dell’acqua», si potrebbe dire che questo libro di Pranzini, uno dei massimi esperti (non solo in Italia) in materia di morfodinamica costiera, ci aiuta a comprendere i processi responsabili del modellamento delle coste e le forme che ne derivano. Attraverso un viaggio che ci porta dall’Olocene ai giorni nostri, passando dalle falesie del Mediterraneo ai fiordi della Norvegia, dalle rias dell’Irlanda e le drumlins di Seattle alle spiagge e alle dune africane e australiane riusciamo a scoprire quanto è cambiato il paesaggio della costa per effetto dei mutamenti naturali e quanto ad opera dell’uomo.

Un tuffo nel mondo sommerso ci racconta poi delle scogliere coralline, della loro formazione e perchè si trovano solo nell’area ristretta attorno all’equatore. Un viaggio di conoscenza e di sistematizzazione delle conoscenze, che attira (senza dubbio) anche il lettore meno esperto e lo indice a riflettere su quanto potrebbe essere diversa la forma delle coste senza che fosse intervenuta l’opera dell’uomo e fino a che livello quest’opera le trasformerà.

«Il frutto di un viaggio durato più di trent’anni - scrive l’autore - un viaggio reale, lungo le coste del mondo, e un viaggio scientifico attraverso infiniti problemi per giungere a poche certezze». Una delle certezze è che l’uomo ha sempre visto nella fascia costiera un enorme possibilità di sviluppo economico- «assai maggiori scrive Pranzini di quelle reperibili all’interno» e ne ha approfittato. «Nonostante- scrive ancora l’autore- che essa sia accompagnata da un elevato rischio per erosione, subsidenza, tsunami e alluvioni dal mare e dal fiume». E che lo sarà sempre di più per i rischi derivati dai cambiamenti climatici già in atto.

Tredici capitoli corredati di immagini e figure (quasi tutte dello stesso autore) che aiutano a leggere e interpretare il paesaggio costiero, attraverso le sue innumerevoli forme e aiutando a cogliere e interpretare quello che l’uomo ha contribuito ( o contribuirà in futuro) a trasformare.
Anche se la forma delle coste - che è anche il titolo di un capitolo - «è molto più di un linea tracciata su una carta geografica e si estende sia verso terra che verso mare anche se dire di quanto è ancora più difficile». La transizione tra l’ambiente continentale e quello marino è infatti uno degli aspetti più complessi e delicati negli equilibri della natura; e l’uomo è spesso intervenuto pesantemente e in maniera piuttosto miope a modificare questi equilibri (escavazioni negli alvei dei fiumi, distruzione delle dune costiere, estrazioni di fluidi ecc.) per cui ad esempio molti tratti della nostra costa hanno ormai completamente perduto gli elementi di naturalità – tra cui le dune – e risultano aree fortemente urbanizzate.

«La pretesa di giungere sulla spiaggia con le auto - scrive Pranzino - ha determinato in molti posti la scomparsa del sottobosco e l’inizio di un’erosione eolica cha talvolta ha portato alla esumazione degli apparati radicali delle piante di alto fusto e al loro crollo in occasione di venti eccezionali. E’ così che è andata persa buona parte della fascia pinetata che orlava il golfo di Baratti». Pratica cui bisogna aggiungere la diffusione delle opere edilizie a scopo residenziale e turistico, fin sulla riva.

Su ottomila chilometri di costa, soltanto 362 sono aree libere, cioè senza insediamenti umani, per un totale di circa 2200 ettari. Di questi ottomila chilometri il 29% è integralmente libero, il 13% è oggetto di occupazione parziale, il 58% di occupazione estensiva. Sull’Adriatico esiste una sola area libera di dimensione rilevante: è il Delta del Po, circa 60 chilometri che ancora preservano caratteristiche di naturalità, tutto il resto è urbanizzato.

Il 42% delle spiagge italiane è in erosione e richiede quindi (sempre per poter mantenere in piedi le attività economiche che vi insistono)costose opere di difesa: barriere frangiflutti, barriere soffolte, pennelli, ripascimenti artificiali, spesso inutili se non dannose per altri tratti di costa. Perché se si ferma l’erosione da una parte, sarà una parte limitrofa a indietreggiare magari a fronte di un altro tratto che avanzerà.

Dopo aver analizzato, approfondito ed individuato l’origine e le cause dei mutamenti della linea di costa, l’ultimo capitolo è infatti dedicato alle metodologie esistenti e agli interventi possibili per la difesa dei litorali. Con una ben precisa raccomandazione però: che il miglior intervento di difesa di una costa è un’attenta gestione del territorio.

Torna all'archivio