[16/06/2008] Monitor di Enrico Falqui

Dialoghi tra Architettura e Natura

FIRENZE. In ecologia, ogni luogo che sia situato al margine fra due contesti (ecosistemi) è per sua definizione particolarmente ricco di diversità biologica. Gli ecotoni rappresentano delle aree di transizione che svolgono una funzione strategica nel passaggio delle comunità viventi da un ecosistema all’altro.
In particolare, i sistemi fluviali si caratterizzano per una progressiva differenziazione di diverse zonazioni ecologiche, che dall’acqua più profonda dell’alveo giungono fino alle terre emerse delle ripe, sponde e argini fluviali, sulle quali si crea una moltitudine di condizioni che danno vita ad una biodiversità ricca di importanza ecologica e paesaggistica.

E’ per questo motivo che, l’inventore dei Parchi fluviali, oggi scomparso, Valerio Giacomini ha educato un’intera generazione di ambientalisti all’importanza strategica della tutela e salvaguardia di tutte le aree cotonali, comprese quelle fluviali.
Recentemente, nel suo “Manifesto sul Terzo Paesaggio, un agronomo francese, Gilles Clement, insegna ai suoi allievi, nella prestigiosa “Ecole Nazionale du paysage di Versailles”, che gli ecotoni fluviali sono stati relegati dalla pianificazione urbanistica e dalla progettazione architettonica contemporanea a zone di abbandono (derelicted lands) e di degrado, fino a determinare la totale perdita di biodiversità.

Clement rivolge la sua critica al cuore del problema, chiedendosi: «..quale è stato in passato il rapporto tra fare Architettura e Natura e per quali motivi questo rapporto è stato messo in discussione, allorquando il concetto della sostenibilità ambientale ha iniziato a contaminare le azioni del costruire e del progettare?».
In altre parole, la domanda è estremamente delicata e complessa poiché pone l’obiettivo di una ricerca per individuare nuovi criteri e nuovi metodi nella pianificazione e nella progettazione del territorio, capaci di garantire un «dialogo tra Architettura e Natura».

A questa domanda strategica e assai attuale nel dibattito culturale urbanistico italiano, cerca di dare un’interessante risposta (2008), Daniele Vitale, docente al Politecnico di Milano, affermando che: «…tra l’acqua e l’architettura corre una relazione d’antitesi e che questa antitesi è costitutiva e originaria. Nel suo stato più comune, infatti, l’acqua è fluida e dunque priva di forma, perché disponibile ad assumere tutte le forme; si adatta all’involucro che la contiene o all’alveo che la guida… l’acqua è dunque mobilità e adattabilità, indipendenza dalla forma ma anche disponibilità alla forma.
…..L’Architettura è per intrinseca vocazione stabilità della forma e aspirazione al suo durare e al suo permanere. Per questo è difficile il loro incontro….l’architettura vuole arginare l’acqua, includerla nel costruito e poiché non può considerarla fonte di costruzione analogica, la elabora come altro da sé».

Si tratta di un’interpretazione interessante del perché molti architetti ed urbanisti italiani hanno avvertito una sorta di «giustificazione teorica» per la loro pigra indifferenza verso quel «ruolo delle strutture naturali» cui si richiamava Valerio Giacomini per cercare di introdurre nella cultura del territorio e della città la necessità di una sapiente e lungimirante azione di salvaguardia, tutela e manutenzione delle aree strategiche di transizione ecologica.
Tuttavia, già a partire dalle opere del grande architetto messicano Barragan ( mostra al Moma di New York, 1976) “tale giustificazione teorica” non reggeva più.
Per Barragan l’acqua (insieme al vetro) diventava un piano complementare di uno spazio in cui la luce può compiere nel silenzio il miracolo rivelatore della magia della bellezza : la casa Galvez, le fontane di Las Arboledas e la casa Gilardi rappresentano la testimonianza perfetta che il dialogo tra Natura e Architettura non solo è possibile ma informa totalmente contenuto e disegno del progetto.

Dieci anni dopo la morte di Barragan, al Carnagie Museum of Art’s di Pittsburgh (PA, USA) si è svolta (maggio 2002) un’eccezionale esposizione di cinque progetti internazionali che integrano l’Architettura con l’Acqua. L’iniziativa ha scatenato un acceso dibattito internazionale non solo tra gli addetti ai lavori ma su molti quotidiani a vasta tiratura internazionale ;in Italia, invece, di questo dibattito non vi è stata traccia e lo si può rintracciare solo attraverso le riviste specializzatedel settore.

I cinque progetti (Blur Building di Diller-Scofidio; lo Yokohama International Port Terminal di F.O.Arch; il LakeWhitney Treatment plant di Holl-Van Valkenburgh, il Quattro Villa in Olanda di MVRDV. La Blackfriars Bridge station) hanno dimostrato che incorporare l’acqua con il progetto architettonico non solo è possibile ma, se rispetta il ruolo e le funzioni ecologiche degli spazi a maggiore biodiversità e a maggiore produttività ecologica, il “segno” pregevole dell’architettura di qualità rafforza l’identità e la memoria eco-paesaggistica del luogo prescelto, che, da luogo marginale e degradato diventa nuovamente patrimonio della città e del territorio.

Il dialogo necessario oggi tra architettura e natura, soprattutto nelle aree maggiormente “dimenticate” ed escluse da ogni uso sociale, (quali sono oggi le aree di margine fluviale nelle città italiane ed europee attraversate da fiumi e corsi d’acqua) è quello che serve non a ripristinare un impossibile “Paesaggio Zero”, bensì quello che determina un’evoluzione della biodiversità e ripristina il ruolo delle strutture ecologiche strategiche.
Se, come nel caso del Bridge Papillon sul fiume Ebro, porta principale del nuovo Expo di Saragozza, che si inaugura in questi giorni nella capitale dell’Aragona (Spagna), il progetto di architettura, disegnato dall’architetto iracheno Zaha Hadid, serve a far comprendere ai visitatori dell’Expo l’importanza dell’acqua e il suo rapporto con l’uomo, il dialogo avrà raggiunto il suo massimo livello espressivo.
Sarà , infatti, chiaro a tutti che l’acqua del fiume da bene primario per l’organismo umano, da via di traffico e di mobilità in costante metamorfosi, diventa anche fonte di ispirazione artistica e di bellezza.

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