[17/06/2008] Comunicati

Il web rende stupidi e deconcentrati?

LIVORNO. Generazione web sott’accusa: «Stupidi e deconcentrati». E’ il titolo forte del Corriere della Sera di oggi che dà notizia dell’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, nel quale Nicholas Carr scrive: «Ho la sensazione che internet stia frammentando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter».

La notizia sta nel fatto che Carr non è un utente del web qualunque, ma l’ex direttore della Harvard business review, uno – come diciamo sempre noi di greenreport – di quelli che non dovrebbero avere soverchie difficoltà nell’utilizzare la rete come strumento senza soccombere ai suoi effetti collaterali. Non solo, sulla copertina dell’Atlantic (Is google making us stupid?) e su quanto detto da Carr concordano personaggi del calibro di Andrei Sullivan, intellettuale britannico, e Leonard Pitts, premio Pulitzer anch’egli inglese.

Abbiamo chiesto ancora una volta lumi sul tema a Marcello Buiatti, ricercatore di chiara fama, professore ordinario di genetica presso l’Università di Firenze e presidente della Fondazione Toscana Sostenibile.

Professor Buiatti, lei che rapporto ha con internet? Davvero può creare confusione anche in un ricercatore o comunque in chi ha gli strumenti per usare il web e non esserne vittima?
«Devo dire che a me non succede, ma ci sono almeno tre grandi difetti della realtà virtuale anche se non si può dire che sia direttamente colpa di internet. Uno dei difetti sono le chat che stanno sostituendo la comunicazione faccia a faccia. Questo non avviene per la mia generazione, ma per quelle dei più giovani compresa quella dei miei studenti. E’ una cosa molto temibile perché l’essere umano non comunica solo scrivendo ma con molti altri linguaggi a partire da quello dalle espressioni del corpo. Oggi però molti ragazzi e ragazze hanno paura del faccia a faccia, di parlare di confrontarsi direttamente con gli altri. Sono fragili e soffrono. E internet facilita questa chiusura che è drammatica per l’animale sociale che è l’uomo: lo dimostrano molti esperimenti fatti anche sui topi che non comunicano certo con internet ma che se non stanno con gli altri topi diventano scemi. Sono meno vispi e hanno comportamenti anomali. Poi c’è un altro problema sempre legato a questo»

Quale?
«Lo vedo dagli esami che faccio: molti studenti sanno il nome delle cose ma non cosa sta dietro quel nome, ovvero non conoscono le cose. Un esempio: faccio un corso a Biologia al secondo anno, quindi studenti di 21 anni circa e molti di loro non sanno che il pane e la pasta sono fatti entrambi con il grano e non sanno cos’è il grano. Oppure non sanno che differenze c’è tra un pollo maschio o un pollo femmina perché leggono le parole ma non conoscono la ‘bestia viva’. Una cosa molto preoccupante che fa parte di una tendenza a dimenticarci di essere vivi. Questo comporta discutere e accapigliarsi sulle parole e non sulle cose, come succede con la terribile discussione su Ogm sì o no, clonazione sì o no: il dibattito è sulle parole senza che praticamente nessuno sappia di cosa si sta pralando dal punto di vista scientifico. E quindi chi legge Ogm va dietro a Ogm, chi legge No Ogm va dietro a no Ogm senza sapere che Ogm e clonazione finora non hanno funzionato».

E per quanto riguarda l’informazione e la ricerca vale lo stesso concetto?
«Sono un ricercatore e uso internet da anni e posso dire che in larga parte dipende da come usi le informazioni che trovi. Io quello che trovo lo stampo perché leggere sui pc è molto più difficile perché non puoi sfogliare le pagine».

Ma professore non è che questo aspetto è ormai superato dalle nuove generazioni e che in futuro nessuno leggerà più sui libri ma su un e-book?
«Guardi che le generazioni nuove stampano eccome. Soprattutto per l’ultima ripassata si scorrono i libri perché solo così è dimostrato che rimangono in testa i collegamenti tra i capitoli stessi, cosa che leggendo sul pc non puoi fare. Anzi, gli studenti lo fanno pure troppo, tanto che se quando faccio gli esami non gli dico il numero del capitolo non sanno cosa sto chiedendo loro. Inoltre, e questo è un punto importante, sfogliare le pagine invece di scorrerle sul computer permette di fare la sintesi, cosa che si perde usando solo internet. Quindi i giovani stanno peggio delle generazioni precedenti che hanno in casa loro e dentro di loro la conoscenza dei libri, un’arma in più e non in meno che quelli della mia generazione hanno nei confronti di quelle più nuove».

Oggi la biblioteca e l’enciclopedia sono state sostituite da Google. Un caos di informazioni regolate da un motore di ricerca che semplifica una complessità con una sola parola.
«Google è una cosa utilissima dove in un secondo trovo testi che prima dovevo ordinare e che mi sarebbero arrivati dopo un mese. Se si sa fare una ricerca mirata si trovano le cose che servono. Il problema è che il 95% degli utenti del web e di Google ‘sfrucuglia’, salta da una cosa all’altra e non sa cercare le cose. A scuola bisognerebbe insegnare a usare il pc proprio da questo punto di vista. Spiegarne l’utilità, aiutando loro a sapere come cercare e trovare le notizie e integrarle nel loro pensiero. Ecco il pericolo vero di internet è che se non lo si usa correttamente frammenta il pensiero causando come dicevo prima la separazione della conoscenza delle parole delle cose dalla conoscenza delle cose. Frammentazione che si genera nelle persone stesse attraverso le chat che separa appunto gli individui che non sono più capaci di guardarsi in faccia. Ad alcuni miei studenti che vengono dal Casentino chiedo: cosa vedete lungo la strada mentre venite a Firenze? E loro mi rispondono: patate. Questo significa che non hanno mai visto le patate in natura».

Qual è un consiglio che può dare per non essere succubi della realtà virtuale e quindi di internet?
«Guardare le cose e legare le parole alle cose ricordandoci, ed essendo sempre coscienti, che siamo fatti di carne».

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