[30/07/2008] Comunicati

Doha: il banco salta ancora (ma non possiamo esserne soddisfatti)

LIVORNO. Il Doha round ha fatto flop anche questa volta. Le premesse non erano favorevoli sin dall’inizio e a nulla è valso l’ottimismo operativo e costruttivo del direttore del Wto, Pascale Lamy che ancora a vertice concluso (senza accordo) continuava a ripetere che è necessario proseguire la strada dei negoziati, per raggiungere un sistema di regole condivise per il mercato globalizzato. Al di là delle responsabilità maggiori o minori cui attribuire questo insuccesso, e ammesso che vi possa essere un accordo che vede l’adesione unanime di oltre 150 rappresentanti di altrettanti paesi, il fatto evidente è che esiste ormai una frammentazione di interessi e di istanze che non descrivono più un mondo a blocchi, Nord-Sud, ma un sistema multipolare in cui esistono più Nord, più Sud, e una miriade di situazioni satellite.

E in assenza di un organismo sopra le parti e in grado di rappresentare tutte le istanze di tutti i paesi, è assai difficile che un accordo si possa mai raggiungere. E quale altro organismo potrebbe avere un ruolo simile se non l’Onu? Certamente riformato e reso adeguato alle attuali condizioni, dotato di maggiore peso e di un ruolo centrale. Una riforma essenziale ma che da poche parti, però, viene invocata. Nemmeno dal suo interno.
«Un Onu indebolito e in difficoltà, come è adesso - spiega Maurizio Gubbiotti, responsabile del dipartimento internazionale di Legambiente - ha obiettivamente un problema a chiedere la propria riforma. E non c’è un accordo diffuso sul fatto che sia davvero l’Onu, rafforzato nel suo ruolo, a dover essere l’organismo che garantisca la governance. Gli Usa non vogliono l’Onu e hanno fatto di tutto per indebolirlo. Paesi come India e Cina cercano la propria strada in maniera individuale. Nemmeno all’interno del movimento altermondialista sono tutti d’accordo su questo».

C’è chi, pur riconoscendo la necessità di un organismo che metta mano al governo della situazione che è sempre più complicata, invoca lo stesso Wto o il Fondo monetario internazionale, insomma ancora una volta il mercato.
«E’ una linea da veri banditi economici quella di chiedere che siano organismi quale il Wto o l’Fmi a garantire la governance. Sono tutti organismi che possiamo definire zombie, ma che più lo sono più diventano pesanti, si moltiplicano, come è il caso dei G(iganti) da cui G8, G12, G16, G22. Ma sono tutti percorsi che si collocano fuori dell’Onu, sono a geometria variabile e hanno l’effetto di indebolire sempre di più l’Onu e, adesso, anche la Fao. Il problema vero è che è sempre più evidente l’insostenibilità del modello mondiale. Il banco è ormai saltato dappertutto».

Ed è saltato anche il Doha Round dopo il settimo tentativo.
«Sì e devo dire, nonostante fosse abbastanza segnato e prevedibile come risultato, non è certo da essere entusiasti che sia andata così. Perché un conto fu il vertice che saltò a Cancun, che dette un segnale simbolico del fatto che si doveva tener conto dei paesi del sud del mondo, un conto è il fatto che sia saltato un vertice come il Doha in cui si provava a mettere in fila dei contenuti. E dove si prospettavano ipotesi di soluzioni a problemi fondamentali per il futuro della popolazione mondiale. Leggere soddisfazione o solo dettagli di cronaca sui giornali non è giusto. E devo riconoscere che siete l’unica testata che prova a interrogarsi in maniera più profonda sui significati che questo fallimento porta con sé».

Grazie, e quali sono questi significati secondo lei?
«Intanto il fatto che il fallimento di questo negoziato pesa anche su altri negoziati, penso a quelli per il clima. E il fatto che vi sia ancora chi attribuisce il fallimento sempre alla Cina e all’India. Paesi che sino a poco tempo fa erano ai margini dell’economia e che quindi avevano anche poca responsabilità nei problemi globali e che comunque, nonostante l’attuale peso, hanno ancora milioni di persone alla fame. E’ un atteggiamento indegno. Su cui invece gli Usa continuano ad insistere.
C’è poi da considerare la mancanza di una governance mondiale in grado di dare regole ad una situazione che è effettivamente sfuggita di mano, in cui si vorrebbe che ancora a dettare le regole fossero organismi quali il Wto. C’è poi il ruolo dell’Europa che ne esce sempre più a pezzi e delle vicende del protezionismo che vengono messe di nuovo in gioco. Per non parlare delle uscite del ministro dell’agricoltura Luca Zaia, che si ritiene soddisfatto perché ha così potuto proteggere le produzioni di riso padane. Roba da non credere. Siamo un Paese divenuto esportatore netto di riso, pur avendo un consumo interno ridicolo, grazie a sussidi e dazi, che hanno reso competitivo il nostro prodotto nei confronti di paesi in cui il riso è il prodotto di sussistenza. Non solo, abbiamo anche puntato su varietà assolutamente non tipiche della produzione italiana per andare incontro a richieste di mercato. Con spreco d’acqua e di pesticidi. Viene da sorridere che il ministro richiami alle maggiori garanzie sanitarie dei nostri prodotti. Il fatto è che le situazioni si complicano sempre di più e il problema del cibo e le crisi ad esso legate diventano sempre più centrali. Per questo non possiamo essere soddisfatti del fallimento di questo vertice».

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