[31/07/2008] Energia

Sabbie bituminose americane: il costo economico e ambientale non vale il rischio

LIVORNO. Il Wwf ha pubblicato il rapporto "Unconventional Oil: Scraping the bottom of the barrel" che prende in esame i costi ambientali e la sostenibilità economica dello sfruttamento delle sabbie bituminose del Canada e dell´America del nord in generale.

Secondo il Wwf, lo sfruttamento delle sabbie bituminose americane, un miscuglio complesso di sabbia, petrolio e argilla, potrebbe far aumentare del 15% il livello di CO2 in atmosfera, il progetto dell´estrazione di 1.115 miliardi di barili di petrolio da fonti non convenzionali, finora ritenute troppo costose, come il greggio degli scisti bituminosi dell´Alberta e del Colorado, comporta uno sforzo energetico molto più alto rispetto alle tradizionali fonti di petrolio e tre volte più emissioni di CO2, con un significativo aumento dei rischi globali del cambiamento climatico.

Per gli ambientalisti così si raschia davvero il fondo del barile petrolifero, ma Shell, Exxon e Bp pensano di investire nel settore più di 125 miliardi di dollari canadesi entro il 2015, un impegno economico che sottolinea il crescente interesse per le risorse petrolifere non convenzionali, frutto dell´aumento del prezzo del greggio.

Il rischio più grosso ed immediato lo corrono 140mila chilometri di foresta boreale della provincia canadese di Alberta che hanno la sfortuna di trovarsi proprio sopra un grande giacimento di scisti bituminosi e sono già nel mirino delle miniere a cielo aperto delle compagnie petrolifere.

Il Wwf fa rilevare che «Questa regione, identificata come "life support system for the planet" è l´ambito dell´11% dei pozzi di assorbimento carbonio del pianeta, necessari a loro volta per mitigare il cambiamento climatico. La produzione di petrolio dalle sabbie è "water intensive", richiede tre barili d´acqua per ogni barile di petrolio. Questo è estremamente pericoloso per l´ecosistema del fiume Athabasca, riducendo la sua portata idrica a livelli pericolosi».

La cosa riguarda anche le comunità indigene del Canada che vedono diminuire la qualità delle loro acque con la sostituzione di grandi aree umide con bacini di decantazione sterili che raggiungono dimensioni di 50 chilometri quadrati, così grandi da essere visibili dallo spazio. «Solo il 5-10% delle acque reflue è giudicato sufficientemente non tossico da poter essere restituito ai corsi d´acqua», spiega il rapporto del Wwf.

Il Panda cerca anche di sollevare l´interesse degli imprenditori dove è più facile: gli affari, elencando gli elevati costi progettuali e di estrazione per estrarre petrolio dalle sabbie bituminose, le restrizioni legislative, i rischi di contenziosi, gli oneri ambientali che derivano dalla realizzazione dei bacini di decantazione e dal ripristino che dipende soprattutto da tecnologie ancora in via di sperimentazione come la cattura e lo stoccaggio di CO2. Gli investitori potrebbero finire con un bilancio finale davvero misero rispetto all´impegno profuso.

Il Wwf chiede norme più severe per il settore, come ad esempio quelle già in vigore in California, che vietino la vendita di carburanti con un ciclo di vita ad elevato tenore di emissioni di gas serra, una norma che probabilmente basterebbe da sola a mettere fuorilegge l´estrazione di petrolio da sabbie e scisti bituminosi.

«Le imprese e gli investitori affermano di riconoscere la necessità di affrontare il cambiamento climatico supportando gli sforzi internazionali come quelli del Protocollo di Kyoto - dice James Leaton, senior oil and gas adviser del Wwf Gran Bretagna - Quel che sta accadendo riguardo alle attività nel campo delle sabbie petrolifere va contro questo imperativo... E´ tempo che gli investitori contestino questa strategia. Gli azionisti devono sfidare quelle compagnie petrolifere che non attuano investimenti responsabili».

Le riserve petrolifere del Canada però fanno molta gola: riserve note per 174 miliardi di barili, che ne fanno il secondo Paese al mondo per possibilità produttiva dopo l´Arabia Saudita, e con riserve probabili per 315 miliardi di barili, ma intanto nel 2006 le emissioni di gas serra erano aumentate del 26% rispetto al 1990, un incremento che rende praticamente impossibile ottemperare agli obiettivi di riduzione del protocollo di Kyoto che prevederebbero una riduzione del 6% dei gas serra entro il 2012. Numeri e appetiti economici che spiegano meglio di tanti discorsi perché il Canada si trovi così bene tra i Kyoto-scettici.

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