[20/08/2008] Vivere con cura di Marinella Correggia

Dove compro (se compro)

Cosa, quando, quanto, perché, fatto da chi, fatto come, fatto dove: sono le domande che il consumo critico ci propone/impone prima di ogni acquisto. Domande che dopo un po’ diventano automatiche e ci portano, se troppe sono le risposte che non sappiamo dare, a dire: “Bene, nel dubbio, non lo compro”.

Ci indica la via l’esortazione di Rajendra Pachauri, coordinatore dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organismo dell’Onu premio Nobel 2007 per la Pace per aver reso il cambiamento climatico un’emergenza da tutti percepita: “Per aiutare il clima, ricordiamoci di non comprare qualcosa semplicemente perché è in vendita ma solo se ne abbiamo davvero bisogno”!

Altre considerazioni da fare (sempre in automatico, una volta “addestrati”) sono: “Com’è imballato?” - per preferire il minor imballo fra due prodotti analoghi - e anche: “Come lo porto via?” - per ricordarsi di portar sempre con sé le borse di tela o altri contenitori che evitino gli stupidissimi shopper di plastica casa-bottega.

Ma c’è un’ulteriore domanda che sarebbe utile farsi: “dove comprare”; e dunque, “da chi”. A parità di prodotto, lo stesso luogo dell’acquisto non è indifferente dal punto di vista ecologico-sociale, e spesso determina la risposta ad altre domande.

Pensiamo, in ordine decrescente dal peggio al meglio, alle pecche dei possibili luoghi di vendita, in particolare di generi alimentari.

1) Centri commerciali. Riconosciuti templi del consumismo annoiato, terminali di un eccesso di produzione e consumi, fabbriche di creazione dei sogni - destinati a essere soddisfatti per un po’, comprando, oppure a diventare frustrazioni per chi guarda soltanto - hanno anche impatti ambientali diretti legati alla loro “fisicità”. Sono “grosse opere”, fungazioni che cementificano sempre più territorio. Hanno costi energetici altissimi, con i loro enormi spazi a clima artificiale tutto l’anno, bolle di aria condizionata sparata e riscaldamenti altrettanto folli. Non finisce qui: giganteschi come sono non possono che sorgere in luoghi esterni ai centri abitati, e occorre quasi sempre l’automobile per raggiungerli. Più gente ci entra, più ne nascono. Non andiamoci, e convinciamo altri a non passarci le domeniche.

2) Supermercati alimentari. Di fronte ai primi sembrano quasi delle piccole opere. Ma hanno gli stessi effetti consumisti, e non permettono - a differenza dei mercati a bancarelle - di comprare verdura e ortaggi sfusi, mettendoli in borse portate da casa. Evitare di acquistare là imballati anche pane, biscotti e altri generi che possiamo trovare altrove. Azione possibile: chiedere che tengano prodotti alla spina come detersivi, cosmetici, pasta e legumi.

3) Negozi di quartiere. Quasi spazzati via dei centri commerciali. Il loro rilancio è raccomandato dai fautori della decrescita. E’ certo che vi si può avere un’interlocuzione maggiore con l’esercente, suggerirgli di tenere prodotti della zona, alla spina, di dare meno buste di plastica (superando la solita risposta scontata: “me la chiedono”). Fra i negozi preferire quelli che rilasciano lo scontrino. Spesso non succede, soprattutto nel caso dei bar. Negozi dell’effimero, i bar. Evitare almeno quelli che hanno l’aria condizionata, soprattutto se sparata a palla. E quelli che con il caffè ti danno il bicchierino di plastica con l’acqua in bottiglia pure di plastica anche se hai chiesto “un po’ d’acqua del rubinetto”.

4) Negozi bio. Idem come sopra, solo che sono molto più cari (e non danno meno plastica degli altri: bisognerebbe su questo insistere).

5) Botteghe del commercio equo. Raccomandabili per il “prodotto” in vendita, sono in genere attente anche alla faccenda plastica usa e getta e all’ecologia dell’abitare. Magari, possiamo evitare gli acquisti inutili, di frutti tropicali e di prendipolvere...

6) Bancarelle. Dal punto di vista energetico ed edilizio i mercati sono i meno impattanti. Non c’è costruzione perenne, non c’è aria condizionata né riscaldamento, non c’è in genere illuminazione perché sono mattutini. Ma non sono certo la perfezione: buste di plastica a gogò, e merci che hanno girato il mondo come altrove. Evitare gli abiti nuovi a pochi soldi, frutto di sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, e i cibi provenienti da lontano. Proporre con l’appoggio della circoscrizione o del comune la campagna “no agli shopper”.

7) Bancarelle dei produttori. Ormai diversi mercati rionali hanno spazi assegnati alla vendita diretta. Si accorcia il circuito e si paga a chi direttamente ha lavorato per fare il prodotto. Attenti agli shopper, anche lì!

8) Bancarelle dell’usato (abiti, mobili, ecc). Come sopra quanto alla “leggerezza” edilizia ed energetica della struttura. Molto meglio delle precedenti quanto a “contenuto”: l’usato è l’eterno ritorno, la lunga durata ne ammortizza l’impronta ecologica. Piccola grande pecca: le buste di plastica imperversano.

9) Bancarelle dell’usato solidale. Da frequentare assolutamente. Uniscono tutte le virtù dell’equità ecologica: leggerezza della struttura, leggerezza del prodotto (vedi sopra) e solidarietà nella destinazione del proventi.

10) Produttori tramite gruppi d’acquisto. Comprare direttamente dal produttore è cosa buona pulita e giusta... se non dobbiamo fare lunghi tragitti individuali in auto per scovarlo. Un buon modo sono i gruppi d’acquisto (Gas) di alimenti, prodotti per l’igiene, perfino pannelli solari.

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