[25/08/2008] Consumo

Il lavoro, il sindacato, la finanziarizzazione dei mercati

FIRENZE. Le nazioni industrializzate continuano a dover fare i conti con la disoccupazione cronica, la sottoccupazione, l’erosione dello stato sociale attraverso la limitazione delle prestazioni e la privatizzazione dei servizi pubblici, l’ampliamento delle disparità retributive, la deregolamentazione delle condizioni di lavoro e la conseguente corsa al ribasso di retribuzioni, qualità e sicurezza dell’ambiente di lavoro.
Tutto questo rende difficile combattere il degrado delle condizioni di lavoro e fermare la catena delle morti per incidenti e malattie professionali.

Ma se processi simili si sono avuti anche nei cicli capitalistici precedenti, il caos in cui è entrato il mondo, oggi, è qualitativamente diverso perché si intaccano le istituzioni dello stato nazionale senza creare altro al loro posto che possa “armonizzare” a livello globale gli interessi di vincitori e vinti del conflitto tra capitale e lavoro, tra ricchezza e povertà, tra sviluppo e sottosviluppo, ecc..

I vinti, così, non hanno alcuna possibilità di mitigare la durezza della trasformazione in atto o ottenere un qualche risarcimento o protezione; sono lasciati alla mercé delle forze di mercato in barba alle leggi preesistenti. La distruzione delle istituzioni nazionali del lavoro e del welfare è avvenuta e avviene in un vuoto politico in cui non c’è alcuna autorità che ne possa moderare gli effetti o guidarne l’orientamento.

Quello che è peggio è che la potenza distruttiva di questo tipo di cambiamento rischia di spazzare via ogni istituzione della vita civile creata per moderare il conflitto sociale e politico attraverso la regolazione dello sviluppo capitalistico, il governo del cambiamento tecnologico, politiche di orientamento degli investimenti in grado di consentirne la massimizzazione dei risultati in termini di profitto ma anche di diffusione sociale del benessere. Quello che, nel precedente ciclo di espansione capitalistica, dette vita ai sindacati, alla socialdemocrazia, al compromesso capitale/lavoro, a politiche economiche che hanno consentito, per quasi mezzo secolo (negli Stati Uniti e in Europa), progressi sociali mai visti prima.

Da questo punto di vista viene distrutto il vantaggio dell’azione sindacale quale spinta agli investimenti e ad uno sviluppo tecnologico equilibrato, alla crescita della conoscenza nei contenuti del lavoro e dei prodotti, oltre che il mantenimento dei margini di profitto e del cambiamento tecnologico complessivo. Non a caso l’attenzione degli investitori è rivolta principalmente ai profitti dei mercati finanziari, finché le bolle lo consentono, perché questi, apparentemente slegati dalla produzione e dal cambiamento tecnologico e scientifico, sono liberati da preoccupazioni connesse alla disoccupazione o alle condizioni di lavoro e salute, e quindi liberi di fare scelte più profittevoli e immediate.

Il nuovo ciclo di espansione che ha rotto gli argini del capitalismo degli stati nazionali mette in crisi anche gli strumenti di governo globale a cui questi ultimi avevano dato vita, perdendo così il vantaggio di poter governare il nesso tra sviluppo tecnologico, sviluppo degli investimenti e sviluppo sociale. Da qui le difficoltà crescenti delle borse, l’altalena dei prezzi, il risorgere dell’inflazione e della recessione in un panorama di ingiustizie dilaganti.
(2. fine)

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