[26/08/2008] Consumo

Quando il low cost è buono

LIVORNO. Sembra un paradosso, ma spesso è nelle situazioni di crisi acuta che si trovano le soluzioni migliori. Scoperta dell’acqua calda? In parte sì, ma il caro greggio e il caro materie prime lo dimostrano e lo hanno dimostrato una volta di più. Il nuovo ‘caso’ è quello della proposta del ministro Zaia per cibi low cost contro l’impennata di prezzi nel settore agroalimentare. Al di là delle reazioni che ha suscitato, di cui parliamo dopo, sulla carta si tratta di una proposta piuttosto interessante dal nostro punto di vista perché non solo va incontro a chi fatica ad arrivare a fine mese (sempre più persone), ma incide in positivo pure sulla produzione di rifiuti (anche questi sempre in aumento nonostante le frenate dei consumi) e anche, probabilmente, sulle emissioni di C02 (in aumento pure loro a causa di una mobilità delle merci totalmente o quasi monopolizzate dai tir).

La proposta di Zaia non si conosce nella sua interezza, ma sostanzialmente si tratterebbe di dar vita a un paniere a basso costo che riguardi pane, latte, carne e frutta. Un esempio? Scegliere un determinato tipo di pasta da vendere a un prezzo più basso e invece di farlo in una confezione da 500 grammi, proporlo in una da 5 chili e senza alcuna pubblicità, risparmiando anche il più possibile sul packaging.

Il fatto che Federdistribuzione, sul Sole24Ore, abbia già detto oggi che “un intervento del Governo sarebbe ridicolo”, ci fa sospettare ancora di più che questa proposta di Zaia non sia affatto da buttare. Perché sulla filiera dei beni di consumo in generale e su quelli alimentari in particolare ci sarebbe molto da lavorare per renderla più efficiente e siccome la crisi, come dicevamo all’inizio, è nella sua fase acuta è ora il momento di cercare di sfondare. Proponendo filiere appunto più corte, con prodotti il più possibile raccolti vicino al consumatore finale, con il minimo uso di packaging possibile e di investimento pubblicitario che alla fine incide tantissimo sul prezzo finale, più – in alcuni casi – della produzione del bene stesso. Dice oggi Coldiretti, infatti, che le confezioni incidono fino al 30% sul prezzo industriale di vendita degli alimenti e pesano nelle tasche più del prodotto contenuto. L´agroalimentare, con oltre i 2/3 del totale,è il maggior responsabile della produzione di rifiuti da imballaggio, anche a causa della tendenza alla riduzione dei formati a favore dei single e delle famiglie sempre meno numerose.

Il Sole ci ricorda che in passato i listini calmierati sono stati spesso fallimentari, ma quello che pensiamo dal nostro piccolo punto di osservazione è che invece lo Stato dovrebbe intervenire e con forza per riorientare il mercato dei beni alimentari verso una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. L’Italia, dice Bricco sul Sole, negli ultimi quindici anni «si è divisa fra il lascia fare al mercato e il tentativo di orientare, se non di determinare dirigisticamente, i prezzi dei prodotti in vendita».

Ora stabilire i prezzi dirigisticamente ci pare francamente eccessivo e poco praticabile, ma riorientare come detto il mercato invece non solo è auspicabile, ma ci pare pure impellente. L’equilibrio non lo può dare il mercato e lo si vede appunto da cosa sta accadendo in questi mesi. Il mercato giustamente segue solo e soltanto il profitto come dimostra, un esempio tra i tanti, l’ultima novità del marketing di cui parla stamani Italia Oggi, ovvero un’equipe di sensorialisti bresciani che lavora per capire che cosa piace alla gente a livello di sapore. Un team che dovrebbe alla fine rispondere a domande quali come dev’essere il caffè per avere successo sul mercato arabo o napoletano e lo stesso per il gelato per sedurre i giapponesi…

Cosa non si fa per vendere di più, ma il pianeta ci sta chiedendo qualcos’altro ovvero di ridurre i nostri flussi di materia e di energia per non mandare a gambe all’aria pure l’economia mondiale. Una maggiore attenzione alla filiera, prodotti più sani venduti sfusi, o alla spina, farmer market sono tutte iniziative che vanno in questa direzione, ma non devono essere la tachipirina del caso buona solo per far scendere la febbre, bensì un modello nuovo di economia che possa far condurre uno stile di vita più sostenibile.

E’ chiaro che il produttore guadagnerà sempre nei confronti del consumatore (altrimenti che convenienza avrebbe) e non è assolutamente peregrina l’osservazione di Federdistribuzione che avanza perplessità sulla reazione dei clienti: siamo sotto casa del cliente, puliamo i prodotti, li laviamo, li ceriamo, in una parola li mettiamo in ordine rendendoli presentabili. Siamo sicuri che al consumatore andrebbe bene acquistare frutta sporca, non controllata, non etichettata o di cui non si conosce la provenienza?».

Questo è un altro bel nodo, che si può sciogliere solo se per low cost non si considerano prodotti di bassa qualità, ma di basso prezzo e il come lo si è raggiunto questo basso prezzo. Perché se le spese dei tagli vanno a scapito della distanza da cui questi prodotti arrivano, alla spesa per il brand e il suo lancio pubblicitario o al consumo di energia negli impianti dove si realizza il prodotto, è un conto; se invece low cost significa prodotti dozzinali, senza alcun controllo, rimpinzati di fertilizzanti allora tutto il circuito virtuoso crolla miseramente.

Questo vale per i prodotti alimentari, come per le auto che ora le case produttrici lanciano sul mercato puntando su bassi consumi, motori ibridi e a gas. Per un’economia ecologica queste non devono essere esigenze contingenti di mercato, che poi saranno sostituite da altre esigenze contingenti di mercato, ma regole auree da seguire. Non ci pare ci siano altre strade, anche se sappiamo benissimo che siamo assai lontani da questa rivoluzione che è anche culturale, ma diversamente saranno solo toppe scucite apposte su pantaloni irrecuperabili e se non ci si arriva il prima possibile a questa svolta non si riuscirà a governare un cambiamento che poi il mercato e soprattutto il pianeta imporranno da par loro.

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