[03/09/2008] Consumo

Restaurazioni e lezioni da imparare

LIVORNO. «Prima o poi le bolle speculative si sgonfiano: qualcuno ci ha guadagnato e festeggia; altri ci hanno perso e si consolano perché il peggio è passato». Così Giacomo Vaciago attacca il suo editoriale sul Sole24Ore di stamani in prima pagina. «Le turbolenze di mezza estate delle borse mondiali non accennano a placarsi, nonostante sporadici e temporanei rialzi, e il mondo sta scivolando in difficoltà economiche senza precedenti». Così comincia Laura Pennacchi il suo commento a pagina 27 dell’Unità. Si dirà: due punti di vista nell’analisi delle stesse dinamiche economiche, non è una notizia, tant’è che appunto il primo è pubblicato sul quotidiano di Confindustria, mentre il secondo su quello da Renato Soru. Un buon argomento per limitare le nostre osservazioni, ma la questione è ovviamente un’altra: tra un punto di vista e l’altro passa nella sua interezza la sostenibilità ambientale e sociale.

Se dopo questi mesi di crisi (la cui fine non pare neppure a noi tanto vicina) il maggiore quotidiano economico italiano, che pure più di altri incrocia l’economia all’ecologia e quindi al capitale naturale, al momento che il pendolo almeno del greggio sta tornando indietro è già pronto a spiattellare una ricetta tutta finanziaria per far ripartire la crescita in Europa, significa che neppure la pedagogia delle catastrofi stimola la ricerca di un nuovo modello di sviluppo.

Dice infatti Vaciago: «Che lezione abbiamo imparato? La bolla “food and energy” aveva una causa diretta nel dollaro debole: salivano i prezzi di tutte le commodities (a cominciare da energia ed alimentari) quotate in dollari. Per avere meno inflazione importata, la Bce accettava un apprezzamento dell’euro che penalizzava le nostre imprese nei confronti del resto del mondo. Grazie al dollaro debole gli Stati Uniti hanno dunque realizzato un aumento di esportazioni nette, ‘sotratte’ all’Europa. Ma si è aggiunto l’aumento dell’inflazione importata a penalizzare i consumatori, a beneficio dei Paesi produttori di materie prime. In sostanza, un gioco non-cooperativo di Stati Uniti ed Europa che regalava benefici netti ad altri Paesi (che neppure ringraziano, anzi usano i nostri soldi per invadere Paesi vicini come è successo alla Georgia). Si poteva fare meglio? Ovviamente sì, se non avessimo lasciato solo alle autorità americane il compito di attaccare la bolla speculativa».

Quindi, una delle lezioni da imparare, secondo Vaciago è quella che le prossime bolle speculative anche l’Italia dovrà attaccarle. Quella che a molti è sembrata una mossa disperata e deleteria per l’ambiente ovvero l’annuncio di Bush di revoca del divieto dell’estrazione del petrolio al largo delle coste americane, ha invece avuto, sempre secondo il noto economista ed editorialista del Sole24Ore, «l’efficacia prevedibile»: «Il mercato si è completamente rovesciato: il dollaro è in recupero e i prezzi delle commodities, a cominciare da petrolio e alimentari, sono in ribasso, una tendenza che si è accentuata nella giornata di ieri». Altra lezione da imparare anche questa? Forse.

«Tutto è bene quale che finisce bene?» Si chiede poi Vaciago più avanti, «Ovviamente no – si risponde – perché avremmo potuto fare prima, di più e meglio per evitare quei danni». Come? Una delle proposte sarebbe quella che i 15 Paesi che hanno in comune la moneta europea e ne condividono il valore esterno «potrebbero ragionare tutti insiemi di una politica del cambio».

Tutte indicazioni e analisi che dal punto di vista strettamente economico/finanziario probabilmente sono anche giuste, ma è evidente che non viene messo minimamente in discussione non il modello di sviluppo, che sarebbe chieder troppo, ma neppure l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia che pure ha trovato oppositori sorprendenti. No, si cercano solo le strade migliori per far tornare tutto come prima, ripartire con la crescita. E via tutto dietro le spalle compreso il fatto che alla fine della giostra ci sono stati (e ci sono stati alla grande) impatti sociali e ambientali enormi.

Diversa, come detto, l’analisi della Pennacchi, pure lei lo ricordiamo economista, che invece parla della necessità di «Una prospettiva neo-keynesiana, di sobrietà finanziaria e di sviluppo sostenibile», su cui aggiunge «il centrosinistra dovrebbe puntare molto di più facendone la chiave della ricostruzione di quel profilo ideativo, progettuale e culturale di cui c’è un disperato bisogno».

Parole che a noi suonano familiari alle quale ne aggiunge altre altrettanto a noi familiari: « Una prospettiva neo-keynesiana, che spinga domanda e offerta all’elevamento della qualità della vita e che quindi faccia delle potenzialità inespresse la leva per la trasformazione del modello di sviluppo: risorse ambientali, beni culturali, servizi, tutti fattori per la cui alimentazione l’Italia abbonda di prerequisiti ma scarseggia di determinazione e di risorse».

La scelta è ancora una volta – corsi e ricorsi storici - tra restaurazione e nuovo modello di sviluppo orientato stavolta verso la sostenibilità ambientale e sociale: chi vincerà? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre è più facile dire chi perde (e perderà) nell´attesa: i più deboli, i più poveri le risorse del pianeta.

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