[09/09/2008] Comunicati

Analfabetismo, iperinformazione, disinformazione

LIVORNO. Trentacinque milioni e ottocentoottantanove mila trecentotrentasette (35.889.337). Sono le persone che, secondo gli esperti, hanno bisogno di un sostegno all’alfabetizzazione. Dove? In Italia. Ricordiamo che all’ultimo censimento gli italiani residenti risultavano essere 59 milioni e 619.290.

Secondo il Corriere della Sera, che riporta queste statistiche Istat e Unesco, gli analfabeti (cioè incapaci di leggere e di scrivere) sono sempre attorno ai 780mila ma è il popolo degli ‘analfabeti funzionali’ che cresce e che secondo l’Unesco colpisce un terzo degli italiani e ne mette a rischio un altro terzo.

Altri numeri spiegano il fenomeno: i privi di titolo di studio sono in Italia 5 milioni e 981.579; quelli che hanno la licenza elementare sono 13 milioni e 686.021; quelli con licenzia media 16milioni e 221.737. I laureati sono il 7.5 per cento. Essere ‘analfabeti funzionali’ significa non riuscire a scrivere dure righe di presentazione per cercare un posto di lavoro. C’è chi ha bisogno di un appoggio – spiega sempre il Corsera – per compilare un bollettino postale o per capire il senso di un testo anche breve.

Tra i giovani il 21.9 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni non riesce a prendere il diploma di scuola media superiore. Secondo i primi risultati dell’indagine condotta dalla Ials (international adult literacy studies), quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza qualche risposta. Dalla seconda analisi sempre della Ials l’analfabetismo funzionale di ritorno è pari al 20% tra i laureati e al 30% tra i diplomati.

La stessa indagine indica infine che meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche che servono ad orientarsi in una società moderna, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia.

Colpa della scuola? Sì, ma non solo sostiene uno che di lingua se ne intende assai come Tullio De Mauro, che osserva: «Se la scuola italiana non funzionasse avremmo ancora oggi lo stesso analfabetismo primario degli anni Cinquanta. Arrivava a sfiorare il 40% (…) fino a ridursi nel 2001 a meno di due punti percentuali». Non solo: «La scuola elementare italiana, secondo gli studi comparativi Ocse, si colloca nel mondo tra l’ottavo e il quinto posto (ma la Gelmini lo sa?, ndr). Diversa la situazione delle superiori. In Italia, a differenza degli altri stati europei che hanno lavorato a fondo per riorganizzare i corsi, non è passata una sola riforma. Siamo ancora al 1925».

E poi De Mauro arriva al punto parlando di: «panorama desolante, dove mancano le biblioteche, i dati sulla lettura sono catastrofici e manca un sistema di educazione per gli adulti». Già, l’educazione degli adulti, perché anche se a scuola si è imparato a leggere e scrivere (tralasciando per un attimo la matematica e l’inglese) «accade dappertutto – dice sempre De Mauro – che se in età adulta non esercitiamo le competenze acquisite a scuola regrediamo di almeno 5 anni. Il nostro analfabetismo è una sconfitta della società, non della scuola. Se proprio dobbiamo scoprire l’assassino, questa è la mancata educazione degli adulti».

Dunque, quando si parla di analfabetismo siamo tutti proiettati a pensare all’Africa, con ragione, e nel mondo va ricordato che sono 750milioni le persone che non sanno né leggere, né scrivere, ma in Italia – come ricorda lo stesso De Mauro – le cose non vanno molto meglio. Ricorda il linguista commentando i dati di Static Canada secondo i quali solo il 29% degli italiani ha dimostrato una capacità di controllo della lettura e scrittura o capacità di calcolo sufficienti per affrontare la vita quotidiana, che «difficoltà di quelle proporzioni sono emerse solo per l’Italia e la Sierra Leone».

Quando si incrociano quindi questi dati con il digital divide si capisce che razza di spaccatura esiste in Italia (esempio che ci viene più facile, ma che si può allargare con le dovute proporzione appunto ai paesi in via di sviluppo) tra coloro che leggono, scrivono, commentano, usano tutti i media e riescono ad accedere a più mezzi di informazione e chi non riesce a leggere neppure il giornale o se lo legge fatica a comprenderne i contenuti.

Il fenomeno veramente nuovo che ci pare emerga da questo quadro, ma che è ancora troppo poco indagato è il rapporto soprattutto tra i giovani tra il saper utilizzare la rete e capire quello che scovano e leggono sul web. Perché non c’è dubbio che se nel mondo nascono, come ci ricorda il Sole24Ore, 120mila blog al giorno (di cui moltissimi anche in Italia), significa che questo livello di alfabetizzazione è stata raggiunta.

I ragazzi si scrivono, parlando, comunicano tra di loro in rete e sono capaci di inserire video, musica e quant’altro assai più facilmente dei loro genitori. Ma questo livello di conoscenza, stando alle statistiche sopra dette, non ha riscontro nel livello di avanzamento e di conoscenze di tipo scolastico. Sapere usare la rete alla perfezione dà la «capacità di controllo della lettura e scrittura o capacità di calcolo sufficienti per affrontare la vita quotidiana»?

Questa è una (la) domanda a cui dovremmo cercare di dare una riposta perché il punto vero, e un po’ angosciante, per chi crede in un futuro dove la crescita della cultura scientifica permetta di affrontare sempre meglio le complessità dei problemi di sostenibilità ambientale e sociale, ma che crediamo interessi tutti in generale, è trovare il sistema di «stimolare la voglia di apprendere». Bisogna ripensare la scuola media e superiore? Certamente sì, ma è evidente che internet e tutto quello che questo universo, in larga parte ancora inesplorato e studiato, porta con sé, è assai più veloce delle pachidermiche riforme che ogni governo propone e quasi mai porta a termine. Tra ansie da disconnessione; delega della propria memoria agli hard disk e google; vita virtuale più attiva di quella reale; cieco credo che tutto quello che è in rete è per forza vero, neutro e senza padroni... il rischio vero è che si crei un grande calderone che banalizzi le virtù della rete e ne faccia solo emergere l’aspetto puramente ludico.

Un po’ come è successo ai primi pc che negli anni Ottanta sono stati venduti molto anche (per non dire soprattutto) perché ci si poteva giocare come al bar.

Sostiene infine sul tema Giovanni Valentini (Repubblica) che siamo nell’era del “post-gionalismo”, concetto che in parte ci trova d’accordo. Poi aggiunge: «E’ una sfida di tutti i giornalisti, della carta stampata, della radio o della televisione; giovani e meno giovani. Fuori da un’anacronistica pretesa di esclusiva, oggi hanno una nuova chance di crescita e di arricchimento professionale. Ma è una sfida anche per i cittadini: lettori, radioascoltatori, telespettatori, internauti. Più informazione vuol dire più democrazia. E migliore qualità dell’informazione, anche migliore qualità della democrazia».

Due le osservazioni: senza un livello più alto di conoscenza del lettore – tenendo conto dei dati sopra citati – come si fa a distinguere la migliore qualità dell’informazione eventualmente proposta nel mare magnum della rete? E poi: quanti media si prodigano per un’informazione più alta e di qualità, piuttosto che quella più facile sia da essere ‘consumata’ che da essere compresa?

Al momento non ci pare che ci sia più informazione di qualità, ma più informazione e basta, anzi troppa informazione che per dirla alla Eco genera disinformazione o più banalmente una grande confusione.

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