[30/09/2008] Comunicati

Sulla distruzione dell’archeologia industriale

PIOMBINO. Invece di farne una risorsa per il futuro, in Val di Cornia si continuano a distruggere pezzi di patrimonio culturale e a cancellare importanti tracce del lavoro. In un comprensorio minerario e metallurgico come il nostro i resti architettonici delle lavorazioni industriali dovrebbero essere salvaguardati e invece si assiste alla loro demolizione, in alcuni casi addirittura con l’avallo degli esperti.

Il caso dello storico Altoforno n. 1 di Piombino (dove addirittura il Comune è arrivato a rimuovere i vincoli di conservazione che esso stesso aveva apposto) lo dimostra. Ma la stessa cosa sembra profilarsi per gli impianti della teleferica e della stazione di carico della Solvay a San Vincenzo, progettata dell’Ing. Pier Luigi Nervi. E negli anni passati, dopo la sua documentazione, si è consentita la distruzione del sito archeologico delle “cento camerelle” di Monte Valerio, nel Comune di Campiglia: uno straordinario concentrato di miniere etrusche con tracce di stagno, unico in Italia. E potremmo citare altri casi, come l’asse di impianti produttivi della Fossa calda a Venturina.

Anziché recuperare le testimonianze della storia mineraria e metallurgica, si è consentito e si consente che vengano distrutte per far posto a nuovi impianti industriali e a cave. La responsabilità primaria di questi accadimenti è l’assoluta mancanza di sensibilità e d’iniziativa dei Comuni che non hanno saputo elaborare programmi e progetti per il loro recupero. La cosa appare ancora più grave se si considera che queste testimonianze potevano, tutte, essere destinate ad integrare e qualificare il sistema dei parchi della Val di Cornia che ha nella storia mineraria e metallurgica il suo asse distintivo, e dunque capace d’incrementare interesse culturale e flussi turistici.

Dunque, non solo si perdono tracce della storia produttiva, ma s’impoverisce il progetto di valorizzazione culturale su cui gli stessi Comuni e l’UE hanno investito negli anni passati e che oggi, pur nello smarrimento strategico, rappresenta ancora una delle migliori opportunità per la diversificazione dell’offerta turistica della Val di Cornia.

Amareggia, infine, che l’insensibilità ed il vuoto progettuale dei Comuni sia avallata da associazioni come l’AIPAI (associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale) che nel caso dell’altoforno di Piombino sembra contentarsi di “documentare e distruggere”: un obiettivo utile forse per infoltire gli archivi o per racimolare qualche incarico, ma che non cancella minimamente le enormi responsabilità politiche e culturali. Invece di documentare e distruggere, sarebbe meglio conoscere e salvaguardare uno straordinario patrimonio storico che poteva essere una peculiarità di quest’area e arricchire i parchi della Val di Cornia, che ormai sembrano limitarsi ad una stanca gestione del già fatto.

*Coordinatore della Zona Piombino-Val di Cornia-Elba

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