[02/10/2008] Comunicati

Semplificazione non fa rima con informazione

LIVORNO. «Record assoluto per i quotidiani online di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport che nel mese di settembre hanno fatto segnare il più alto numero di lettori di sempre: 11,6 milioni di utenti per il Corriere e 7,7 per la Gazzetta con una crescita rispetto allo stesso mese dell’anno precedente rispettivamente del 33 e 35%».

«Settembre da primato per Repubblica.it, con 627 milioni di pagine viste (dato Nielsen Sitecensius) stabilisce un nuovo record assoluto confermandosi il primo sito di informazione in Italia con 12,1 milioni di utenti unici…».
Risultati eccezionali per il sito del Sole 24 ore a settembre sia in termini di pagine viste» (oltre 52 milioni, +95% rispetto a settembre 2007), «sia per quanto riguarda il numero degli utenti (superata quota 7,2 milioni, + 66% sull’anno passato).

Con le nostre 400mila pagine viste al mese non possiamo certo competere con questi colossi dell’informazione generalista che fanno oggi a gara per conquistarsi un mercato pubblicitario ancora limitato, ma proprio per questo potenzialmente enorme, possiamo però interrogarci ancora una volta sul ruolo dell’informazione e su quello che alcuni esperti definiscono information overload (sovraccarico di informazioni). Concordiamo con Clay Shirky che oggi ci troviamo di fronte non tanto a un sovraccarico di informazione, ma a un fallimento del sistema dei filtri dell’informazione: «è proprio l’urgente bisogno di filtrare, classificare e gestire l’informazione ad aver creato le vaste opportunità che sono state colte da Google» scrive oggi Luca De Biasi su Nòva.

Attenzione. Fermo restando la necessità di discernere l’informazione corretta nel mare magnum dell’informazione internet, il rischio che si paventa è che la risposta migliore che sapremo dare a questo problema sarà quella di demandare a un sistema – sicuramente il più evoluto e perfetto ma pur sempre perfettibile – la scelta dell’informazione corretta.
Google con il suo Googlenews ci sta provando ed è bene allora svelare qualche esempio pratico, vissuto sulla nostra pelle: Una buona percentuale dei lettori di greenreport arriva proprio da Googlenews secondo precisi parametri, tra cui il principale è: il numero di siti su cui quella stessa notizia appare. Ciò significa che nel momento in cui greenport lancia in rete una notizia esclusiva non finirà mai nelle posizioni nobili di googlenews perché è l’unico giornale ad averla, così come il diverso taglio, l’approfondimento, l’intervista… non viene “capita” dalla macchina e indicizzata al pari magari di un lancio di agenzia. Non solo. Ciascun sito ha un proprio valore (page rank) che si guadagna con gli anni, con il numero di link di rimando, con il linguaggio di programmazione più o meno leggibile dagli spider di programmazione e da migliaia di altre variabili tecniche … Ebbene, un paradosso frutto di questa “gestione dell’informazione” demandata a Google è che molto spesso su googlenews appare prima (o soltanto) la notizia che ha anche greenreport ma che noi successivamente abbiamo passato anche a un altro sito internet di cui siamo fornitori di contenuti.

Se questo è il futuro del giornalismo, o meglio dell’informazione, c’è di che esserne tremendamente preoccupati, a meno di non investire davvero sulla formazione di ciascun individuo per far sì che la semplificazione totalizzante non prevalga sulla necessità di sintesi (la capacità di sintesi, non è innata, va educata) che aiuti a comprendere l’informazione scientifica e quella ambientale, perché la sintesi pretende sempre conoscenza, studio e preventivo approfondimento. Ma anche perché la sostenibilità pretende una visione d´insieme, olistica, dunque complessa e complessiva per definizione.

Torna in mente la geniale riflessione di alcuni giorni fa di Michele Serra su Repubblica secondo cui «La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un´età dell’oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta "complessità" non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell’uovo. Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell’ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l´operaio l’operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato "comunista"».

Per arrivare a concludere che «Se la parola-totem della sinistra, da molti anni a questa parte, è "complessità", a costo di far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti, comunque poco intelligibili dall’uomo della strada, quella della destra (vincente) è semplicità».

Seppur abbagliante e in un certo senso rassicurante, anche Serra indulge tuttavia in una eccessiva semplificazione. La sua riflessione non coglie, infatti un punto fondamentale, e cioè che c’è una parte della sinistra, compresa quella ipermoderata che è passata dalla complessità alla semplificazione propria della pubblicità, in modo opposto e speculare alla destra. Del tipo “Ci sono troppi rifiuti? La soluzione è la decrescita e consumi più sobri, assieme alla raccolta differenziata spinta”, come se con una bacchetta magica si potesse cambiare gli stili di vita di milioni di persone, le linee di produzione industriali e l´azione del mercato, traducendo in realtà la drastica semplificazione che invece non può che rimanere un’arma di comunicazione di marketing, che Silvio Berlusconi ha introdotto e che usa in maniera esemplare.

Guarda caso ieri il premier ha annunciato che d’ora in avanti governerà sempre di più a colpi di decreti legge «anzi imporrò al parlamento l’approvazione entro due mesi dei decreti che riterrò necessari per governare il Paese». C’è da giurare che sarà molta la “gente” (non a caso Stefano Bartezzaghi inserisce questa voce apparentemente neutra «nel vocabolario ormai egemone della destra») che interpreterà questo pseudo-discorso “dei bivacchi” come il decisionismo che mancava, come l’iniziativa che finalmente metterà fine alla casta. E forse anche ai “bivacchi” parlamentari.

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