[06/10/2008] Urbanistica

Soru, Scajola, il referendum e la nautica della shifting baseline syndrome

LIVORNO. In Sardegna è fallito il referendum contro la legge "salvacoste" della regione: è andato a votare solo il 20,4% dei sardi, con punte minime del 16,6% nella provincia di Olbia-Tempio, che comprende la Costa Smeralda, i cui sindaci di centro-destra avevano capeggiato la rivolta.

L´astensionismo, sollecitato dal centrosinistra, ha respinto a mare la voglia di cementificazione, che comunque attrae un bel pezzo di opinione pubblica sarda: almeno 300 mila persone, ma 80 mila in meno dei voti ottenuti dal Popolo delle libertà alle ultime elezioni politiche. La spallata cementizia contro Soru (Nella foto) è fallita e per il Pd «Stavolta il pifferaio magico Berlusconi non ha incantato gli elettori sardi. Nonostante gli appelli del Capo supremo e la propaganda mediatica del centro destra sardo, che non ha smesso di marciare sul filo degli sms neanche ad urne aperte, i sardi hanno riconosciuto l´inutilità e l´inganno contenuto dei quesiti proposti, lasciando soli i promotori del referendum. Il dato sull´affluenza è una sentenza senza appello».

L´astensionismo sardo, tradizionale e stimolato, va comunque in controtendenza rispetto a quanto sottolineava ieri su La Repubblica Carlo Petrini: «negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un´area più grande del Lazio e dell´Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c´è progresso economico».

Ma il non-voto sardo va nella direzione opposta anche di quanto detto dal ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola inaugurando un Salone nautico di Genova che evidenzia la crisi del diporto medio-basso (sugli scudi e ricco di futuro secondo tutti gli analisti solo lo scorso anno) e il boom del super lusso.

La ricetta di Scajola per uscire dalla crisi del diporto nazional-popolare è la riproposizione del modello che accompagna la crisi, della vecchia minestra cementizia riscaldata: ha annunciato un «programma straordinario di interventi» per realizzare nuovi porti e porticcioli lungo una costa già cementificata per il 50% della sua estensione e nella quale le distanze tra un approdo e l´altro sono già tra le più ridotte del mondo. Scajola va nella direzione opposta rispetto ai risultati del referendum sardo e pensa che i porticcioli possono diventare «una piattaforma di rilancio per il Sud d´Italia, a patto che si velocizzi e si snellisca la costruzione di queste infrastrutture nautiche». Il ministro ha promesso all´Unione nazionale dei cantieri e delle industrie nautiche e affini (Ucina) il sostegno del governo su tutta la linea: revisione del codice della nautica, varato dopo due anni di attesa, ma già in parte superato, regolamento dei super yacht e normativa sulla locazione.

Naturalmente per Scajola l´ambiente non corre nessuno dei rischi prospettati «da un mal concepito ambientalismo» e questo per l´assunto di un dogma ideologico di non proprio nuovo conio: «L´opera umana non deve essere presa per principio come un intervento sull´ambiente che porta alla negatività. E´ importante uscire dai vecchi schemi». Più che all´ambientalismo del fare siamo al diritto dell´uomo a farsi spazio ovunque e comunque in quanto parte della natura. Peccato che la cementificazione delle coste non porti beneficio a tutta l´umanità e che per tutti gli studi scientifici seri (come il recente "Impacts of Europe´s changing climate" dell´Ue) stia diventando un problema per i servizi ambientali sui quali si basano l´economia e la sopravvivenza umana .

Il presidente della Liguria Claudio Burlando, uno che di porti se ne intende, visto che la legge in vigore porta la sua firma di quando era ministro dei trasporti, dice che per incrementare l´offerta di nuovi posti barca basterebbe utilizzare le strutture esistenti e realizzare impianti leggeri, «eliminando l´impatto ambientale» e lo stesso Anton Francesco Albertoni, presidente dell´Ucina, ha sottolineato che sarebbe sufficiente «recuperare aree non utilizzate dei porti commerciali per ottenere 39.000 nuovi posti barca e 9.500 nuovi posti di lavoro».

Ma sullo sfondo del salone di Genova sempre più grigio-cemento, resta la crisi della fascia di consumi medio-bassa, nonostante l´aumento del 10% delle barche esposte e il 53% degli ordinativi mondiali dei superyachts che arrivano in Italia ma che non andranno davvero ad attraccare nei porticcioli di Scajola. Intanto a Genova il ceto medio si accontenta di andare al Salone per guardare con invidia le super-barche dei ricchi e non compra più il panfiletto (meno 12% di vendite quest´anno) e non ha più soldi per andar per mare (meno 21% il consumo di carburante).

Anche sul destino delle coste italiane si sta probabilmente svolgendo un confronto politico- ambientale che ha alla base quello che un biologo americano, Daniel Pauly, riferendosi al calo degli stock ittici, ha definito "shifting baseline syndrome" (sindrome dello spostamento dello standard): con il passare del tempo dimentichiamo quale era lo stato naturale del mondo. Gli errori di una generazione vengono ripetuti dalla successiva fino a quando non si tocca il limite. Ma pochi di noi si rendono conto che qualcosa non va. Quel limite Soru sembra averlo compreso, Scajola no e sposta l´asticella della sostenibilità di un indefinito sviluppo nel vuoto di un ideologico antropocentrismo suicida.

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