[06/10/2008] Comunicati

Il Great Crash del XXI secolo

FIRENZE. The Great Crash del XXI secolo porta con sé distruzione di ricchezza nominale (non quella che ha arricchito i più ricchi), mette in crisi l’economia reale (il sistema produttivo) e modifica le ragioni di scambio concentrando centinaia di miliardi di dollari nei salvataggi del sistema finanziario, prepara debito e inflazione futuri che pagheremo caro e a lungo. Rappresenta in modo esemplare il conflitto tra Capitalismo globale e stati nazionali esautorati dal controllo dell’economia e della finanza, mette a nudo anche la politica prigioniera dell’economia e della finanza irresponsabile. Ed ha altri effetti ancor più travolgenti. In primo luogo è la fine della corporate governance, crollano le regole in campo economico e giuridico (contratti, concertazione, assetti societari, governance), tanto che le cure (azioni tampone), mancando soluzioni adeguate perpetuano un sistema senza regole, opaco e irresponsabile. In secondo luogo c’è un ritorno degli stati nazionali (pagando e nazionalizzando l’irresponsabilità dei mercati finanziari) che aumenta il caos con misure autoritarie dubbie rispetto ai motivi della crisi, riduce gli spazi di libertà democratiche in politica e aumenta l’opacità. Le enormi differenze di reddito permangono e si aggravano. L’occupazione, anche quella fatta di lavoro “spazzatura”, è seriamente minacciata e già in calo. La destra internazionale sta riscrivendo e aggravando tutti i rapporti sociali, la sovranità, l’autorità democratica che sta a garanzia dei diritti. L’Italia del berlusconismo sta in prima fila con la decretazione d’urgenza e il tentativo di Confindustria di far saltare ogni logica di rappresentanza sindacale, recuperata in extremis nell’accordo Alitalia, spingendo per la riforma (?) delle regole contrattuali anche senza CGIL.
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Si diffondono paura e caccia al diverso (rom, nero, cinese, chi sa poi chi, le opzioni sono infinite), l’uso politico della paura, del disagio sociale e dell’incultura; l’Italia è ormai un paese arretrato. Tutto si lega con l’intento autoritario del berlusconismo di esautorare il Parlamento con una prassi senza regole improvvisata volta per volta ma sempre in funzione dei propri interessi o degli umori del “popolo”. Aggressioni e pestaggi, i primi morti per il colore della pelle, poi verranno quelli per una diversa religione, mentre il ministro Maroni dichiara la guerra civile al sud con l’unico risultato di legittimare camorra, ‘ndrangheta e mafia come combattenti civili sia pure dalla parte sbagliata. E come si sa, in tempi di revisionismo storico, stare dalla parte sbagliata porta vantaggi politici. Al nord dilagano sindaci sceriffi (anche se a corto di ICI); in Toscana fa apprendistato qualche assessore sceriffo, per ora. Gravi segnali per l’Europa intera oltre a quelli della vicina Austria.
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12 morti di lavoro in 2 giorni (4 in Toscana); le morti per malattie professionali (o, per essere più chiari, da danni alla salute per lavoro) non fanno notizia anche se superano le vittime per incidenti. Finché non torna l’uomo al centro del lavoro al posto di produttività (PIL) e flessibilità (profitti), dopo la rituale e generica condanna, tutto rimane come prima. Infatti, con l’impiego di migliori tecnologie per la sicurezza, migliori e più numerose leggi, ma sempre meno inverate, il risultato non cambia.
La fine del lavoro come capacità e sapere è stata anche la fine della civiltà del lavoro; la fine del patto tra capitale e lavoro che risarciva in qualche modo i vinti (i lavoratori) in termini di maggiore protezione sociale e migliori condizioni si traduce in una definitiva scissione tra capitale e lavoro, tra stato sociale e mercato, nella fine del welfare e dell’economia sociale di mercato. Il Capitalismo globale si è reso libero dagli stati nazionali e da ogni responsabilità. Di questo gli stati nazionali sono grati.

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