[06/10/2008] Aria

Sarah Palin e Joe Biden, sul global warming tanto opportunismo e poca scienza

FIRENZE. «Essendo l’unico stato Artico della federazione, l’Alaska vede e sente gli impatti del cambio climatico più di ogni altro stato. E sappiamo che esso avviene davvero. Io non sono tra coloro che attribuiscono a ogni attività umana le colpa del global-warming: è qualcosa che ha a che fare con le attività umane, ma anche con i ciclici cambi di temperatura sul pianeta. Ma ci sono cambiamenti reali nel nostro clima, e non voglio dibattere sulle cause. Ciò su cui voglio dibattere riguarda questo: come potremo riuscire a combatterne l’impatto con decisione?»

Questa la risposta della candidata vice-presidente alle elezioni americane di novembre, Sarah Palin, nel dibattito con il candidato democratico Joe Biden di giovedì scorso, davanti alla domanda posta dalla moderatrice Gwen Ifill riguardo a «cosa è vero e cosa è falso sulle cause del cambio climatico». La governatrice dell’Alaska, dopo le prime traballanti interviste sui temi riguardanti il surriscaldamento globale, in cui aveva dichiarato candidamente (29 agosto) di non ritenersi «tra coloro che lo attribuiscono alla mano dell’uomo», si è poi spostata su una linea meno anti-scientifica ma comunque caratterizzata da grande ambiguità: la mano dell’uomo ha una sua importanza nel cambio climatico? Non importa quale sia la causa, concentriamoci sui rimedi. Come a dire che non ha grande importanza stabilire che ruolo abbia l’uomo.

O, meglio, come a chiarire che la Palin, sia come governatrice dell’Alaska sia come possibile futura vice-presidente, non ha nessun interesse politico ad ammettere l’importanza del forcing antropico nel riscaldamento, ammissione che le costerebbe significativi passi indietro riguardo a molti aspetti della sua piattaforma politica, in primis la questione energetica, e che causerebbe notevoli difficoltà anche allo stesso stato dell’Alaska nella sua battaglia contro il department of Interiors riguardo allo status di “specie in pericolo” recentemente attribuito agli orsi polari. Lo stato federale, infatti, è in causa contro l’agenzia di conservazione del governo centrale contro lo status di protezione attribuito agli orsi bianchi, e la Palin ha subito forti contestazioni per aver presentato, a sostegno delle sue tesi, studi sul clima di impronta negazionista che il quotidiano inglese “Guardian” ha scoperto provenire da scienziati molto vicini al Marshall institute e all’American petroleum institute, influenti think-tank al soldo delle lobby petrolifere. La sentenza è attesa per il prossimo gennaio.

Non più un negazionismo di stampo popolare come nei primi tempi dalla discesa in campo della Palin, quindi, ma una posizione apparentemente evoluta (in realtà sostanzialmente analoga a quella iniziale), che fa leva sulle tante incertezze che ancora si hanno riguardo alla significatività del ruolo antropico. Una posizione assolutamente ambigua, poichè è evidente che l’accertamento delle effettive cause dell’attuale fase di surriscaldamento è condizione necessaria per una reale lotta agli effetti perversi del cambiamento climatico.

Dall’altra parte dello studio televisivo siedeva Joe “gaffe” Biden, vecchio squalo della politica americana, che ha battuto proprio sul tasto dell’ambiguità delle risposte fornite dalla candidata avversaria allorché la moderatrice gli ha rivolto la stessa domanda: Senatore, cosa è vero e cosa è falso sulle cause del global-warming? «Io penso che sia di origine umana, di chiara origine umana» - ha risposto Biden con decisione - «e questo probabilmente spiega la differenza fondamentale tra John Mc Cain e Barack Obama, tra Sarah Palin e Joe Biden. Se non capisci qual è la causa, è praticamente impossibile giungere a una soluzione. Sappiamo quale sia la causa: la causa è il ruolo dell’uomo. Ecco perchè la banchisa polare si sta sciogliendo».

Quindi Biden contrappone al negazionismo della Palin una ostentata certezza sulle cause (antropiche) del surriscaldamento. Una posizione che appare però capziosa in modo parallelo alla risposta della candidata avversaria: la comunità climatologica accreditata non ci ha ancora fornito prove sufficienti per poter esternare affermazioni così nette sulle cause del global-warming. I propositi di riduzione delle emissioni si basano su una ormai enorme quantità di indizi che spingono verso una significatività del forcing antropico, ma sono improntati ancora – allo stato attuale delle conoscenze in campo climatologico – a un (sano) principio di precauzione, non alla effettiva presenza di prove che dimostrino in modo inconfutabile l’esclusività del ruolo umano.

La banchisa si sta sciogliendo per colpa dell’uomo? Probabilmente sì, ma ancora abbiamo un numero di dati e di osservazioni troppo basso (e serie storiche troppo brevi) per dire in che percentuale influiscano le emissioni umane climalteranti sull’attuale fase di surriscaldamento. Sappiamo solo che le emissioni umane hanno un ruolo significativo, questo è accertato. La scienza deve ancora progredire per poterci fornire percentuali precise.

Questa è la risposta che la scienza, la comunità climatologica accreditata, lo stesso quarto rapporto Ipcc danno alla vexata quaestio sul ruolo antropico nel cambio climatico: siamo nel dubbio, progrediamo nella ricerca, intanto applichiamo il principio di precauzione e riduciamo drasticamente le emissioni. E invece i due candidati vice-presidenti giocano l’una sul diffondere dubbi dove ci sono certezze scientifiche, l’altro sullo spalmare sul dubbio un velo di certezze che la scienza non ha ancora. E in mezzo, strattonato da due posizioni entrambe capziose, il cittadino americano che cerca di farsi un’idea spassionata, oltre su chi andare a votare, anche su quali idee abbia la propria classe dirigente riguardo alla questione climatica e alle conseguenti scelte energetiche che saranno adottate dopo le elezioni del 4 novembre.

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