[13/10/2008] Comunicati

Fine della corporate governance e crisi della governance

FIRENZE. Dopo il grande crac del 1929 si affermò una corporate governance frutto del patto tra capitale e lavoro. Consentì, per quasi mezzo secolo, protezione sociale del lavoro e dell’economia reale nel mondo occidentale. Il New Deal fu anche un sistema di regole per far fronte alla rivoluzione e all’orgia di arricchimento di un capitalismo senza regole.

Quel sistema fu distrutto e sostituito dalla droga del vivere a credito (Bauman), del vendere debiti e da grandi orge speculative (Galbraigth) caratterizzate da espedienti che consentivano di rispondere, negli S.U., al desiderio smodato di arricchirsi col minimo di fatica fisica. Deregulation e finanziarizzazione forzata di Stati e mercati ne sono stati ideologia e concretezza.
I liberisti di tutte le speci oggi fanno a gomitate per rivendicare nuove e più cogenti regole per i mercati e invocano capacità della politica e degli Stati di far fronte alla paura (crisi del credito e bancaria, recessione e stagflazione).

Ma le regole, come si sa, non sono neutrali, vengono scritte o cancellate per qualcosa e qualcuno. E in questa crisi, di cui ancora non si intravedono vie di uscita, le regole che i governi stanno improvvisando sono dubbie e pericolose, intrise di opacità, sospensione della democrazia politica e parlamentare, crescita dei conflitti di interesse tra ruoli pubblici e interessi di parte.
La Toscana, dagli anni ‘60 del secolo scorso, ha portato un suo contributo originale al modello di corporate governance in una forma economico-sociale di produzione diffusa in un contesto pubblico ed istituzionale (oggetto di studi da tutto il mondo) fatto di condivisione e partecipazione, solidarismo. Distretti industriali e società locali con una crescita del PIL più moderata ma con una qualità sociale, civile e della vita superiori alla media, oggi minacciati.

In questi giorni si discute il Bilancio della RT per il 2009 (2008-2010), impostato a forti contenuti sociali, di attenzione alle condizioni di lavoro, ad un governo equilibrato delle attività sul territorio anche se i riferimenti concreti alla sostenibilità dello sviluppo sono pochi. Ma si dovrebbe discutere anche del fatto se di fronte allo tsunami economico, il modello di goverance/concertazione (informale tra gli anni ‘60 e ‘80, codificata in poche regole dal 1996 a oggi), ha ancora ruolo. Ed eventualmente cosa occorrerebbe?
Già prima della crisi i PIR e i PASL erano incapaci di gestione integrata della risorse, poco efficaci nel promuovere sviluppo locale, ossia conoscenza (cultura e scienza, tecnologia) lavoro, capitale.

Il modello di governance uscito dall’ Earth Summit del 1992 (Agenda XXI), sperimentato anche in Toscana, subito messo in crisi dal modello economico di finanziarizzazione forzata e globale sostenuto anche da Banca Mondiale FMI, era improntato ad un rapporto concreto tra risorse, anche locali, partecipazione di cittadini e società locali, condivisione di obiettivi e progetti rispetto ai quali i vari soggetti economici, sociali, istituzionali si dichiaravano disposti, in nome di uno sviluppo sostenibile a mettere in comune capacità e ricchezza.
Ma forse è da lì che occorre ripartire per determinare capacità di risposta dei valori del sistema Toscana: di responsabilità comune e personale, di qualità e merito nell’apprendimento, di relazione, di competenza, di conoscenza e saper fare, lotta all’opacità e ai conflitti di interesse in campo economico, locale e civile, trasparenza. Liberare dinamismo, prima che venga disperso, non dalle regole, ma con nuove regole condivise: dal rifiuto della precarietà (nel lavoro e nella vita sociale), a quello della discrezionalità nell’uso dei beni comuni, dei clan e delle lobby in campo economico politico e istituzionale, culturale, scientifico. Ossia rompere il guscio di una governance/concertazione risecchite e rese sterili dagli interessi corporati, ormai incapaci di fare sistema, non per abbandonarle ma per trasferirle nelle società locali e sul territorio.

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