[04/12/2008] Aria

Gli Usa a Poznan tenendo la porta aperta ad Obama

LIVORNO. L´amministrazione di George W. Bush ha promesso che a Poznan non farà nulla per ostacolare i piani del presidente eletto Barack Obama sul clima. Il sottosegretario di Stato per la Democrazia e gli affari globali, Paula Dobriansky, che capeggerà la delegazione statunitense ai colloqui interministeriali di Poznan il 10 ed 11 dicembre e che a Bali resistette fino allo stremo delle forze contro il Protocollo di Kyoto, ora dice all´Afp: «Ci auguriamo che Poznan possa produrre una più profonda comprensione delle priorità e delle aspettative. Tra i nostri obiettivi vi è quello di raggiungere il consenso su un piano di lavoro pratico. Gli Stati Uniti sono pienamente impegnati a raggiungere un accordo entro il 2009 su un accordo sul clima post-2012».

Intanto la Dobriansky assicura che la delegazione Usa vuole «un work plan che guidi gli Usa e la nuova amministrazione (cioè quella di Obama ndr) negli intensi negoziati per un accordo a Copenaghen nel dicembre 2009. A Poznan la delegazione degli Stati Uniti sta cercando di affrontare le questioni senza chiudere le porte alla nuova amministrazione o chiudere le opzioni possibili per la nuova amministrazione Usa».

Il cambio di passo è più che evidente e Dobriansky sottolinea che gli americani da Poznan si aspettano che «metta in evidenza l´importanza della ricerca e dello sviluppo di tecnologie energetiche pulite».

Ma non tutto è "green" ciò che luccica. La rappresentante di Bush non molla su uno dei tormentoni dei repubblicani Usa: resta contraria al "cap and trade", allo scambio di quote di emissioni previsto dal Protocollo di Kyoto che per gli americani è troppo costoso. Però la Dobriansky non sposa la linea della Prestigiacomo e sottolinea che «per affrontare efficacemente il cambiamento climatico abbiamo bisogno di niente di meno che una rivoluzione tecnologia pulita».

Secondo dati del Department of energy research Usa citati dalla Dobriansky, un´efficace ricerca e lo sviluppo tecnologico «potrebbero abbassare il costo economico della dipendenza energetica del 70%».

E´ evidente che l´amministrazione Bush sta cercando in questo stretto passaggio di fine mandato di spostare il peso delle decisioni politiche verso un approccio puramente tecnologico, dilazionato nel tempo e ancora in gran parte "volontaristico": il capo del White House Council of environmental quality, Jim Connaughton, ha detto alla stampa che «La maggioranza degli alti dirigenti politici del mondo non sono a conoscenza dell´attuale livello della green technology e della quantità di tempo necessaria per metterla in campo. Dobbiamo essere onesti sul fatto che per queste tecnologie saranno necessari ancora 10 o 15 anni, e forse più, per svilupparle e metterle in produzione. Queste tecnologie, solare, biocarburanti, vento e altro, saranno necessarie per cominciare a ridurre i milioni di tonnellate di gas serra emessi ogni anno»

Insomma, la green revolution può attendere, ma anche Connaughton ha dovuto sottolineare l´importanza del trasferimento delle tecnologie verdi nei Paesi in via di sviluppo di sviluppo ed emergenti, come i colossi-concorrenti Cina ed India, e la necessità di nuovi meccanismi economici globali per finanziarlo.

La Dobriansky, aveva già sottolineato che «L´attuale amministrazione continuerà a fare tutto il possibile fino al 20 gennaio, e stiamo già lavorando sodo per garantire un corretto ed efficiente passaggio di mano di responsabilità. Ci sarà un´interazione con i rappresentanti del presidente eletto Obama e il suo transition team. Noi ci aspettiamo anche che i membri del team di transizione inviino rappresentanti a Poznan in qualità di osservatori. A Poznan, la nostra massima priorità sarà quella di impostare lo scenario per un efficace risultato nel 2009. Dopo tre sessioni intermedio e un meeting senza precedenti dei leaders delle maggiori economie, nel corso dell´anno abbiamo compiuto progressi significativi nel corso dell´anno. Ci auguriamo di poter costruire sulle fondamenta di Poznan».

Ma la capo-delegazione Usa non scorda il suo bersaglio preferito ed apre un duro confronto con la teoria della "responsabilità comune ma differenziata" cara ai cinesi e ai Paesi in via di sviluppo: «A Poznan si discuterà dello sforzo collettivo che sarà necessario per affrontare il cambiamento climatico. Negli Stati uniti esiste una prospettiva bipartisan, la quale riconosce che, se vogliamo riuscire a fronteggiare i cambiamenti climatici gli Usa e in tutte le principali economie dovranno adottare azioni di mitigazione. Così, proprio come gli Stati Uniti devono fare la loro parte, nello stesso modo devono farla gli altri. Questo riflette matematicamente i semplici fatti. Le concentrazioni di gas serra in atmosfera non si stabilizzeranno se tutte le maggiori fonti di emissione non verranno ridotte. In questo contesto, vorrei riconoscere e applaudire la recente dichiarazione del Consiglio europeo per l´ambiente che sostanziali riduzioni delle emissioni saranno necessarie non solo da parte dei Paesi sviluppati, ma anche nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nei più avanzati tra di loro». E tanto per chiarire la Dobriansky si è chiesta: «Cosa è la responsabilità comune? Nei climate talks Onu, si è discusso molto su cosa dovrebbe essere differenziato. Noi sosteniamo il concetto di differenziazione, ma occorre discutere ancora su cosa debba essere "comune"».

Poi il capo-delegazione Usa ha fatto la domanda che sarà probabilmente il ritornello di Poznan: «Quali sono i Paesi "sviluppati" e quelli "in via di sviluppo"? Abbiamo parlato a lungo nei negoziati sul clima di "sviluppati" e "in via di sviluppo", ma non siamo d´accordo su come si dovrebbero applicare questi concetti. Questo è rilevante riguardo alla Convenzione (l´Unfccc), abbiamo bisogno di riflettere per assicurarsi che questi termini riflettano la realtà di oggi, l´economia e le tendenze delle emissioni».

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