[05/12/2008] Comunicati

Il quarto rapporto Ipcc, questo sconosciuto (12)

FIRENZE. Abbiamo visto come nel quarto rapporto, riunendo le previsioni di crescita delle temperature associate ai principali modelli per la futura evoluzione della società umana, si ottenga un range di crescita ipotetica che va da 1,1 a 6,4° C entro il 2090-2099 rispetto al periodo 1980-1999. Questo intervallo è leggermente più ampio rispetto alle previsioni contenute nel terzo rapporto Ipcc (2001), che ipotizzavano una crescita da 1,4 a 5,8° C entro l’anno 2100. Il motivo di questa differenza è principalmente legato al maggiore numero di elementi di feed-back che sono stati presi in considerazione rispetto al terzo rapporto.

Se andiamo a considerare i valori più probabili di aumento delle temperature medie, ecco che la crescita potrebbe andare da 1,8° a 4° C entro il 2090-2099, come abbiamo visto la volta scorsa.

Ma come si tradurrebbe questo incremento medio delle temperature globali su scala regionale? Nel quarto rapporto è ipotizzato che la “distribuzione geografica” del surriscaldamento prosegua il trend finora riscontrato: le parti del globo più colpite dal riscaldamento sarebbero cioè le regioni polari (si veda l’immagine allegata alla terza parte della rassegna, pubblicata il 30 ottobre scorso), soprattutto quelle boreali. Inoltre si avrebbe un maggiore riscaldamento sulle terre emerse rispetto alle zone coperte dalle acque, così come è avvenuto finora: «il riscaldamento più intenso è atteso sulle terre emerse e alle più alte latitudini dell’emisfero nord, mentre esso dovrebbe essere minore sugli oceani meridionali (vicino all’Antartide) e nell’Atlantico del nord, perpetuando così i recenti trend osservati».

Nella parte sinistra dell’immagine è possibile osservare una rappresentazione grafica dell’ipotetica crescita delle temperature medie associata a tre fra i principali modelli predittivi: B1, A1B e A2. Inoltre è presente la crescita termica media che si avrebbe se i livelli di emissione restassero invariati rispetto alla situazione attuale, scenario che come abbiamo già detto riveste un carattere puramente didattico. Nella parte destra dell’immagine sono visibili le proiezioni geografiche regionali relative ai tre modelli citati, riferite al periodo 2020-2029 e al periodo 2090-2099.

Per quanto riguarda la dinamica futura degli eventi estremi, il quarto rapporto afferma che «è molto probabile (very likely, probabilità superiore al 90%) che gli eventi caldi estremi, le ondate di calore e le precipitazioni intense diventeranno più frequenti». E’ invece «probabile (likely, probabilità superiore al 66%) che i futuri cicloni tropicali diventeranno più intensi, con più alte punte di intensità dei venti e precipitazioni più forti, associate con i perduranti incrementi delle temperature superficiali dei mari tropicali».

Esiste invece «minore fiducia nelle proiezioni relative ad un aumento globale del numero di cicloni tropicali»: a questo proposito va però considerato quanto abbiamo scritto il 27 novembre sulle pagine di greenreport, e cioè che secondo la National oceanic & atmospheric administration (Noaa) è pure il numero – e non solo l’intensità – degli uragani ad essere in aumento, perlomeno nell’oceano Atlantico. In particolare quella 2008 è stata, secondo l’ente di ricerca climatica, «la decima stagione in cui si è prodotta un’attività superiore alla media negli ultimi 14 anni» in termini di numero di eventi intensi, e tra i motivi di ciò va anche citato l’attuale stato di surriscaldamento («circa 1 grado Fahrenheit sopra il normale durante il picco stagionale») delle acque dell’Atlantico tropicale.

Infine, riguardo ai cicloni extra-tropicali, è affermato che la loro traiettoria «è prevista spostarsi maggiormente verso i poli, con conseguenti mutamenti nelle configurazioni dei venti, delle temperature e delle precipitazioni» che potrebbero avere serie conseguenze anche sul mar Mediterraneo, anche se come sappiamo il Mare nostrum è troppo piccolo per poter fornire l’energia necessaria ad eventi analoghi a quelli che avvengono comunemente in altre parti del globo, come i Caraibi o il mar del Giappone.

Riscaldamento maggiore dove maggiore è stato finora, quindi. Più eventi estremi, soprattutto in direzione del caldo ma non solo. E cicloni più forti, con una connotazione geografica meno circoscritta alle sole zone tropicali come oggi. Resta da vedere – lo faremo nella prossima parte - quali potranno essere i futuri mutamenti degli apporti precipitativi, cioè come l’effetto del surriscaldamento sulla disposizione delle aree anticicloniche potrà influire sulla quantità di precipitazioni a scala locale e regionale.

(12 - continua)

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