[12/05/2006] Rifiuti

Trattamenti a freddo, un mix di tecnologia italiana e tedesca

FIRENZE. Beppe Banchi è chimico, membro della direzione nazionale di Medicina democratica ed esperto in materia di rifiuti per conto dei comitati della piana contro gli inceneritori. E’ lui che ha partecipato a come osservatore a nome dei comitati, al gruppo di lavoro istituito dalla Regione che ha cominciato a studiare gli impianti di trattamento a freddo. Ieri nell’intervista a Giuseppe Barca, che del tavolo è stato il coordinatore, sono emersi diversi punti deboli di questi impianti che secondo i comitati costituiscono un’alternativa agli inceneritori.

Oggi ascoltiamo il parere di Beppe Banchi, al quale chiediamo innanzitutto cosa sono gli impianti di trattamento a freddo.
«Si basano su due tecnologie successive, la prima è quella della separazione dei materiali indifferenziati che si è sviluppata già da diverso tempo e per esempio lo stesso impianto di Case Passerini ha un funzionamento analogo anche se finalizzato alla filiera dell’incenerimento: seleziona cioè al fine di trovare combustibile da rifiuti. Quella degli impianti di trattamento a freddo è quindi una tecnologia identica ma finalizzata al massimo recupero dei materiali. Quali le differenze: per esempio il materiale non deve arrivare già compattato e triturato come avviene oggi a Case passerini, questo perché la selezione deve essere in grado di recuperare più materiale possibili (carta, plastica, ferro….). Successivamente viene passato a un vaglio rotante e mentre i sovvalli vengono ulteriormente selezionati eventualmente recuperati, il sottovaglio organico viene immesso in un percolatore, dove di fatto resta in infusione per 48. In questo modo l’organico si solubrizza e la poltiglia che si forma viene mandata nella digestione anaerobica, che sviluppa gas con un alta percentuale di metano, consentendo il recupero di energia».

L’ingegner Barca sostiene che mentre un termovalorizzatore produce energia, l’impianto di trattamento a freddo la consuma.
«Nel Lancashire in Inghilterra gli studi avanzati prevedono per un impianto con un ingresso di 350 tonnellate al giorno di rifiuti, che il gas prodotto consenta l’autosufficienza dell’impianto e che il surplus di produzione energetica sia pari al fabbisogno di 14mila famiglie».

L’ingegner Barca afferma anche che a parità di materiale in ingresso, alla fine gli scarti nei due impianti saranno di circa il 30% in quello a freddo, del 20% nel termovalorizzatore.
«Il materiale che resta dopo il processo di digestione anaerobica non va in discarica, perché alla fine sarà assimilabile al compost. Quindi calcolando che i progettisti di questo impianto garantiscono un recupero di materiale del 60-65% e che la produzione di biogas diminuisce la massa, alla fine gli scarti da mandare in discarica non superano il 15%. Ed è qui che entra in gioco l’opzione zero, perché se riusciamo in questi anni a incrementare la differenziata e soprattutto a ridurre la produzione dei rifiuti riusciremo ad arrivare all’opzione rifiuti zero. Viceversa con gli inceneritori alla fine in discarica devono essere smaltite le ceneri che in peso si aggirano sul 30% del materiale in ingresso».

Il coordinatore del tavolo regionale sostiene che gli impianti di trattamento a freddo funzionano bene se hanno a disposizione molta frazione organica. Quindi o si fa la differenziata dell’organico per farne compost o non si fa la differenziata per poi avere abbastanza organico nell’indifferenziata da utilizzare negli impianti a freddo.
«Mentre negli impianti già in funzione a Sidney la frazione organica è molto più alta, in Inghilterra hanno valori più simili ai nostri, e hanno fatto un’analisi molto accurata prima di investire in questa tecnologia. Del resto per bene che vada la raccolta differenziata dell’organico difficilmente supererà il 60%, e il restante 40% è ampiamente sufficiente a rendere funzionali gli impianti a freddo».

Stesso gruppo di lavoro, probabilmente stessi dati, come spesso accade interpretazioni all’opposto.
«Mi sembra non ci siano altre alternative. La popolazione è fortunatamente ormai consapevole del pericolo derivato dagli inceneritori, dalle nanopolveri alle diossine e fino a tutti gli ossidi, di cui nessuno parla. La tecnologia a freddo ormai si sta affermando nel mondo e noi crediamo che la Regione Toscana non la ignorerà. Anche perché a ben vedere c´è molta italia in questi impianti: per esempio in Inghilterra la tecnologia di selezione delle prima fase è brevettata da un´azienda italiana, la Sorain Cecchini di Roma, mentre la fase del percolatore e della digestione anaerobica è un brevetto tedesco».

(nella foto: l´impianto realizzato nel 2000 a Edmonton in Canada, dal gruppo Sorain Cecchini)

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