[23/02/2009] Recensioni

La recensione. Il rischio di Deborah Lupton

Sulla differenza fra rischio e percezione del rischio, sulla sua capacità di produrre una distorsione nella allocazione delle risorse umane e finanziarie, sulla sua capacità di influenzare nel profondo i media e la politica-marketing nonché sulla sua capacità di distogliere l’attenzione da pericoli statisticamente più incombenti a quelli statisticamente meno rilevanti, vi è, oramai, una letteratura specialistica smisurata.

Questo libro scritto da una insegnante universitaria australiana, ci offre una ri-lettura al tempo stesso storica e approfondita.
Illustra come i sentimenti di insicurezza fossero ampiamente diffusi già in epoca pre-moderna ed evidenzia come oggi nutriamo paure e ossessioni inedite, diverse da quelle del passato, ovviamente, ma anche che redistribuiamo la nostra attenzione ai rischi in modo incomprensibile se non facendo ricorso alla psicologia, alla psicometrica e alla ricerca socio-culturale.

Non è un caso, infatti, come sostiene Mary Douglas, oggi, “il ricorso al termine rischio non ha molto a che vedere con il termine probabilità” e che, “per quanto l’analisi costi-benefici presti attenzione a tutti i risultati potenziali, sia positivi sia negativi, i guadagni in queste analisi tendono ad essere liquidati in fretta” o ad essere addirittura ignorati anche se maggioritari.

Come ricorda l’autrice, Luhmann sostiene che la consapevolezza del rischio è accompagnata da un senso di attrazione per le circostanze più catastrofiche e meno probabili e funziona da catalizzatore di attenzione per gli operatori dei media i quali assumono, più o meno consciamente, i significati e le strategie del rischio come tentativi e contributi per domare l’incertezza.

“E tuttavia, la stessa intensità di tali tentativi (sei pale eoliche accanto ad una discarica in zona industriale diventano “un massacro del paesaggio”; pannelli fotovoltaici in una zona geotermica produrrebbero un “paesaggio lunare”, ndr) ha spesso l’effetto paradossale, non di placarle ma di eccitarle.
E se è vero che “nella nostra identificazione (soggettiva) e risposta ai rischi siamo guidati in molti casi, non dai fatti, ma da giudizi di valore”, in una epoca post-moderna come la nostra, che nelle società sviluppate ha come epicentro l’individuo, l’individualità e l’individualismo, non è affatto detto che ciò che è valore per qualcuno non sia un dis-valore per qualche altro, e viceversa.

Gli esempi delle pale eoliche e del fotovoltaico presi dalle cronache di questi giorni ci evidenziano come, sempre in nome di una malintesa salvaguardia ambientale ( ma l’idea che la natura sia in equilibrio è una idea datata: la biosfera è cambiamento continuo, non staticità), si affermino nella società spinte divaricanti ed anzi opposte. E come queste spinte, in tutte le loro componenti, abbiano alla loro base l’ideologia “benaltrista” e/o delle pietre filosofali ( ci vuole ben altro…..non ne vale la pena...) o quella marketistico-pubblicitaria ( la gente ci chiede questo...) come se “la gente” avesse una ed una sola posizione e magari quella di un titolo di giornale.

“Le nuove logiche del rischio - sottolinea l’autrice – hanno determinato i diversi modi di concepire ed affrontare il pericolo che definiscono al tempo stesso le forme di comportamento richieste agli individui rispetto allo Stato e alle istituzioni. Si tratta di una conseguenza della politica del neoliberismo, una politica che assegna allo stato e alle istituzioni un ruolo non interventista” e, quando interviene, non credibile e, “insiste invece sull’ aiutarsi da sé dei cittadini e della loro autonomia”. Il post moderno è il post governo della polis. E la colpa primaria, ovviamente, è di chi, per tutta una fase, questo governo l’ha delegato al mercato.

Ciò vale sia “nei rischi ambientali che nei rischi legati allo stile di vita; nei rischi sanitari come nei rischi relazionali; nei rischi economici come nei rischi della criminalità”.

Insomma, nell’epoca post-moderna, il concetto di rischio ha subito una (ovvia, ndr) evoluzione in sintonia con l’ethos politico neoliberista e, di contro, il ruolo dei saperi esperti è (ovviamente, ndr) messo in relazione esclusivamente con gli aspetti del mercato e del profitto.

Non a caso ì 5,4 milioni di decessi all’anno nel mondo (in Italia dai 70 agli 83.000) dovuti al fumo di sigarette, o i circa 50.000 tumori al polmone contratti in Italia da radon, o i 41 milioni di decessi all’anno per incidenti stradali in Europa (in Italia dai 6.000 ai 9.000 all’anno con oltre 300.000 invalidi permanenti), o gli incidenti domestici (250.000 decessi all’anno in Europa e circa 8.000 morti all’anno in Italia), convivono tranquillamente con l’aumento del consumo dei cibi biologici quanto con l’immissione nei terreni di 2.000.000 di tonnellate di pesticidi in cui si concentrano le sostanze più tossiche e persistenti e che, per il solo fatto che vengono utilizzate in agricoltura, non allarmano nessuno.

E allora, mentre sono “i membri dei gruppi stigmatizzati o marginali (le donne, i lavoratori manuali dell’industria, i poveri, i disoccupati, le persone di colore, i tossicodipendenti, gli omosessuali, ecc…) a essere concepiti come fonte di rischio”, al tempo stesso (e non certo a caso o in contraddizione), in un mondo che attribuisce un valore smisurato “all’autogoverno dell’individuo” si “consente al sé e al corpo di godere, almeno temporaneamente, dei piaceri del corpo grottesco o primitivo e all’abbandonarsi all’alcool, alle droghe, ai rapporti sessuali non protetti, alla velocità e a quant’altro si presenta come trasgressione e oscuramento dei confini, ritrovandovi una parte importante del nostro piacere”.

La situazione attuale, che vede i problemi ambientali e quelli sociali strettamente intrecciati tra di loro, fa quindi sì che i fatti risultino incerti, i valori in conflitto anche tra di loro, la posta in gioco sempre più alta e le decisioni urgenti.
E dunque il nodo (prima da riconoscere, e poi) da sciogliere sta, nel rapporto fra “rischio e governamentalità”, come la chiama l’autrice.

Già! In una fase storica in cui, rispetto all’uscita del libro, il liberismo è entrato in crisi virulenta, chi l’ha denunciato non ha ancora riacquistato la voce, e quando e se parla, confonde gli strumenti (il riformismo ) con le strategie e/o gli obiettivi. Oppure, nell’altra variante, si dichiara antagonista perché fa le lotte contro i mulini (le pale) a vento!
Forse aveva ragione John Barrow, scrittore ed esploratore inglese: “la cosa più complicata ( e dunque più rischiosa, ndr) in cui ci siamo imbattuti è proprio quello che si trova all’interno della nostra testa”.

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