[09/03/2009] Comunicati

Worldwatch: quali risorse per l´adattamento ai cambiamenti climatici?

FIRENZE. «Un significativo gap nella ricerca e nei finanziamenti sta impedendo ai paesi in via di sviluppo di adattarsi al cambiamento climatico. Spesso le iniziative orientate al perseguimento della sostenibilità dello sviluppo non costituiscono fattore di contrasto al Gw, e senza maggiori risorse (che siano distribuite) all’interno di un accordo internazionale sul clima, i paesi in via di sviluppo non saranno in grado di finanziare azioni di adattamento»: è questa la linea che, secondo quanto scrive Ben Block del Worldwatch institute, hanno sostenuto i rappresentanti di tre fra le principali istituzioni finanziarie globali (la World bank, l’Asian Development Bank, e l’Inter-American Development Bank) in un incontro tenutosi giovedì 5 marzo scorso.

Tra i due tipi di risposte che possono essere opposti ai cambiamenti climatici indotti dal surriscaldamento globale, quelle riconducibili all’adattamento passano spesso in secondo piano rispetto alle misure improntate alla mitigazione delle emissioni dirette e indirette. Questo perchè ha sicuramente più senso cercare di fare il possibile per prevenire un’evoluzione climatica che secondo gli scenari più sfavorevoli potrebbe essere devastante, piuttosto che impegnare finanziamenti pubblici per attivare misure di adattamento. In poche parole, meglio cercare di prevenire i possibili danni piuttosto che curare poi le conseguenze ad essi associate, conseguenze che peraltro sono in buona parte incalcolabili a priori a causa delle incertezze che abbiamo sulla futura evoluzione del clima.

Ciò non toglie che alcune (anzi, molte) misure di adattamento siano necessarie, e ciò vale in particolare per alcune realtà geografiche come le piccole isole e alcune regioni costiere densamente popolate che si affacciano sull’oceano Indiano (es. il Bangladesh) dove la ridotta altitudine sul livello marino di ampie zone causa una forte esposizione alla possibile crescita degli oceani. Crescita che potrebbe andare da 18 a 59 cm (al 2090-2099 rispetto ai livelli medi del periodo 1980-1999) secondo il quarto rapporto Ipcc, ma che studi più recenti hanno prospettato poter raggiungere livelli ancora superiori, di oltre un metro entro un secolo.

E il problema, come noto, non si limita alla sola questione della crescita del mare: «a seconda della regione il cambiamento climatico è atteso avere diversi effetti, che includono diffuse siccità così come lo scioglimento dei ghiacciai, le inondazioni costiere, la crescita dei mari, e mutamenti nella produzione agricola e nelle configurazioni meteorologiche».

Occorre quindi attivare anche misure di adattamento, che specificamente per la situazione locale possono essere improntate a misure per implementare la conservazione dell’acqua e l’uso in agricoltura di varietà vegetali resistenti alla sommersione.

Ma il problema principale è che ancora ben poco conosciamo riguardo alle misure adattative più utili per affrontare la situazione: «abbiamo iniziato ad occuparci di adattamento solo cinque anni fa» - ha spiegato Warren Evans, direttore del programma ambientale della World Bank - «e l’istituzione sta ancora studiando i metodi migliori per includere l’adattamento e la resilienza (cioè la capacità di reazione) climatica nei progetti di sviluppo: la nostra conoscenza riguardo all’adattamento, comparata con quella che abbiamo riguardo alla mitigazione, è debole».

All’incontro di giovedì scorso, che è stato organizzato a Washington dall’ Inter-American Development Bank, ha preso parte anche l’ex capo economista della World bank, Nicholas Stern. L’autore del famoso rapporto sui costi dell’inazione climatica ha ammonito che «sarà una dura lotta, ma occorre capire che (senza impegnare risorse sull’adattamento) la sfida dello sviluppo sarà ancora più difficile».

In termini economici, l’Unep ha calcolato che «i paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 86 miliardi di euro all’anno fino al 2015 per sforzi di adattamento». E l’accordo sul dopo-Kyoto dovrebbe includere, secondo il Worldwatch, «una versione riveduta del fondo di adattamento, che attualmente sta venendo predisposta dalla World bank» e che sarà finanziato con i fondi stanziati tramite il Clean development mechanism (Cdm).

Secondo il Worldwatch, «i pacchetti di stimolo economico-finanziario di molti paesi sviluppati stanno dedicando fondi significativi a piani di adattamento, come alcuni progetti per infrastrutture idriche. Ma i pacchetti di stimolo in molti paesi in via di sviluppo, perlomeno in America latina, stanno elargendo fondi per i trasporti e per altri progetti non correlati con le misure di adattamento o di mitigazione»: a questo proposito è riportato il parere di Alicia Bárcena, segretario esecutivo della Economic Commission for Latin America and the Caribbean, secondo la quale «i ministri finanziari non stanno parlando del climate-change» perchè «troppo attenti alle misure a breve termine, alla mancanza di liquidità, alla caduta della domanda».

Mancanza di liquidità, caduta della domanda, crisi economica e finanziaria. Tutti fattori che, se il cambiamento climatico dovesse proseguire a questi livelli, o addirittura peggiorare, sarebbero enormemente ingigantiti, a meno che non si attivino su scala globale quelle misure di mitigazione e di adattamento che ad ora sono appena accennate in larghi settori dell’economia e della politica globali. Questi saranno i temi centrali della conferenza di Copenhagen del prossimo dicembre: una bozza del nuovo trattato su emissioni, mitigazione e adattamento sarò probabilmente prodotta già entro la fine di questo mese, in un incontro che si terrà a Bonn.

Torna all'archivio