[06/05/2009] Monitor di Enrico Falqui

Bella e senz’anima: Firenze (1)

Abitualmente si usa dire nel linguaggio comune, che le città con anima sono quelle nelle quali gli abitanti si identificano, nelle quali esistono luoghi nei quali è possibile sperimentare e sviluppare il senso di appartenenza. Se accettiamo questa definizione, possiamo dedurre che in una città come Firenze, oggi, è assai elevato il “senso di appartenenza alla città storica” trasmessa agli abitanti contemporanei dal proprio processo storico-evolutivo, mentre è assai scarso il “consenso” raggiunto per la costruzione di “nuove identità urbane della città del futuro”.

D’altra parte, cosa sarebbero oggi città come Roma, Parigi, Venezia, Firenze senza le loro cattedrali, i loro monumenti, le storiche architetture, senza quella ricchezza di piazze, fontane, sculture, senza quegli “oggetti d’arte” che le identificano e le rendono riconoscibili?

Circa trent’anni fa, Pier Paolo Pasolini nelle sue “Lettere Luterane” (pubblicate postume nel 1976) parlando della periferia romana agli inizi del cosiddetto boom economico degli anni ’60, ci aveva spiegato come una grande trasformazione dei valori e dei paradigmi culturali di una società contadina sana e cosciente di sé, imposta al popolo italiano in modo rapido e omologante, era stata alla base, in quegli anni di frenetica ricostruzione di un paese sconvolto dalla guerra e dalla caduta del fascismo, della degenerazione dell’architettura delle periferie e dell’urbanistica di gran parte delle principali città italiane.

Se quella tesi era valida allora, è assai probabile che, anche oggi, i cambiamenti culturali omologanti tutte le città alle esigenze della globalizzazione delle economie nazionali e della domanda speculativa rivolta dai capitali finanziari internazionali nei confronti delle città capaci di massimizzare il profitto dei loro investimenti, stiano producendo danni ugualmente gravi al senso di identità e di appartenenza delle popolazioni urbane alla propria moderna e contemporanea “casa comune”.

Proprio in questi giorni sta uscendo nelle librerie fiorentine un prezioso saggio di un urbanista fiorentino, Gaetano Di Benedetto, che ha avuto il destino di partecipare a due momenti salienti della storia urbanistica di Firenze, dagli anni 60 ad oggi: il progetto Firenze-Nord Ovest(1984-1989) e il progetto di rigenerazione urbana delineato dal piano Strutturale (1999-2008).

Il titolo del saggio “Intercettare la città”(Ed. Polistampa, Firenze, 2009), tuttavia potrebbe apparire una scelta cinicamente ironica dell’autore, in quanto le sue dimissioni da coordinatore dell’ufficio Grandi progetti del Comune di Firenze, pochi mesi prima che il Piano strutturale concludesse il suo iter di discussione nella Commissione urbanistica del Consiglio comunale, è stato proprio causato dalle “intercettazioni telefoniche” ordinate dal nuovo procuratore di Firenze Quattrocchi per svolgere indagini approfondite ed “urgenti”(ottobre 2008), su alcune decisioni urbanistiche che riguardavano l’area nord-ovest di Castello approvate dalla giunta di centro-sinistra, guidata dal sindaco Domenici.

Nonostante l’urgenza proclamata, a tutt’oggi è sconosciuto l’esito di tali indagini che hanno creato le condizioni di un sospetto così grave da parte dei cittadini nei confronti della Pubblica amministrazione della città.

In realtà, Di Benedetto spiega nel suo saggio che a partire dal periodo in cui Firenze è stata città-capitale (1865-1870), qualsiasi tentativo di trasformazione moderna della città ha avuto esiti negativi e si è risolta in una conservazione pressoché totale dell’organizzazione urbana monocentrica di Firenze.

Anche la trasformazione avviata dal Piano Poggi, venne bruscamente interrotta alla caduta di Napoleone III, quando sembrò non frapporsi alcun ostacolo all’annessione e alla consacrazione di Roma come vera capitale dell’Italia unita.

(continua)

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