[11/05/2009] Parchi

Quale futuro per il triangolo dei coralli?

LIVORNO. La World ocean conference iniziata oggi a Manado, il capoluogo di Nord Sulawesi, in Indonesia, ospiterà anche il summit della Coral triangle initiative (Cti) che comprende Indonesia, Filippine, Malaysia, Timor Leste, Papua Nuova Giunea ed Isole Salomone e due osservatori: Usa e Australia.

Secondo il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono «l´Indonesia ha chiesto agli altri 5 Paesi di partecipare alla Cti per discutere di come salvaguardare le barriere coralline nella regione. Le barriere coralline devono essere protette perché sono utili per la vita umana e per evitare il riscaldamento globale. La Cti avrà successo se riuscirà ad ottenere l´attenzione da tutto il mondo».

Il problema è che il triangolo dei coralli, la zona più ricca di biodiversità marina del pianeta, occupa un’area ai confini tra l’oceano Indiano e quello Pacifico che è da sempre causa di rivendicazioni territoriali che sono sfociati in guerre come quella di Timor Leste o in occupazioni come quella indonesiana della parte occidentale della Nuova Guinea.

Al summit ha annunciato la sua partecipazione anche la presidente delle Filippine, Gloria Macapagal Arroyo, con l’intento di rafforzare il ruolo della Cti di «prevenire il degrado della diversità biologica nella regione», un pericolo particolarmente forte lungo le coste filippine, dove sovra-pesca, traffico di specie marine protette e pesca illegale stanno mettendo a rischio una biodiversità che alimenta anche l’industria turistica.

Purtroppo, mentre i politici si riuniscono nei summit, dai pescatori Nusa Lembongan, una zona protetta di barriera corallina, e dagli ambientalisti indonesiani viene l’ennesimo grido di allarme per la mancanza di mezzi per vigilare sulla pesca distruttiva messa in opera da imbarcazioni veloci che vengono da fuori zona e che per pescare utilizzano sostanze chimiche pericolose o materiale esplosivo.

I pescatori locali, che utilizzano le tecniche tradizionali, vedono calare ogni giorno di più le loro prede a causa di tecniche di pesca abusiva sempre più sofisticate e dell’impunità dei bracconieri che distruggono tutto ciò che possono in un’area marina protetta.

Secondo Abdul Halim, program manager di Nature conservancy - Coral triangle center che sta lavorando nella zona di Nusa Penida, «E’ necessario applicare misure legislative più rigorose per fermare queste pratiche pericolose. Questi metodi di pesca possono infliggere gravi danni alla protezione delle barriere coralline e dei pesci e causare localmente impatti economici negativi sul posto».

Nature conservancy ha da poco inaugurato il Community center a Nusa Lembongan con lo scopo di ospitare varie attività legate alla salvaguardia delle risorse marine di Nusa Penida, un arcipelago di isolotti che comprendono Nusa Penida, Nusa Lembongan e Nusa Ceningan, situato a circa 11 chilometri a sud-est di Bali, e che sono circondati da 1.800 ettari di barriera corallina protetta che ospitano 247 specie di coralli e 562 di pesci.

Il ministro indonesiano per gli affari marittimi e la pesca Freddy Numberi ha annunciato che attraverso il Global environmental fund (Gef) i Paesi donatori hanno concesso alla Cti 70 milioni di dollari per la salvaguardia delle barriere coralline, delle risorse marine e degli ecosistemi all´interno della regione e che l’Indonesia «ha anche ricevuto 40 milioni di dollari dai soli Stati Uniti per lo stesso motivo. L’Indonesia ora spera di ricevere la maggior parte di questi fondi, visto che il Gef ha avviato il processo per la Cti».

L’Indonesia si candida anche ad ospitare la segreteria della Cti nel Nord Sulawesi.

Un protagonismo che potrebbe infastidire non solo gli “ostili” Timor Leste e Papua Nuova Guinea che vedono di malocchio l’espansionismo indonesiano, ma anche Filippine e Malaysia che contendono a Giacarta il ruolo di potenza regionale e che rivendicano pezzi ed isole del triangolo dei coralli che nascondono gas e petrolio.

C’è solo da sperare che da tutto questo non ci rimettano coralli, pesci e pescatori.

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