[05/06/2009] Comunicati

Quattro passi nell´economia ecologica con Gianfranco Fabi (Sole24Ore)

LIVORNO. Sul Sole24Ore di ieri è apparso un interessante articolo di Gianfranco Fabi (Nella foto) "L´utopia di una politica ecologica" (vedi link) del quale abbiamo voluto parlare direttamente con l´autore.

Cominciamo dal titolo del suo intervento “L’utopia di una politica ecologica”: davvero crede che una politica ecologica sia un´utopia? Se sì, perché?
«Il titolo di un commento è spesso, come in questo caso, un richiamo un po´ provocatorio e molto sintetico. Le ultime parole del mio articolo sono: "L’obiettivo dovrebbe allora diventare quello sviluppo sostenibile che è troppo importante per essere lasciato solo nel mondo dell’utopia". Quindi il mio messaggio è: facciamo sì che l´utopia diventi possibile. Abbiamo bisogno di utopie, abbiamo bisogno, come dice la definizione di utopia, di "forme di immaginazione politica di realtà sociali, politiche ed economiche alternative alla realtà storica nella quale tali forme vengono elaborate". L´Utopia di Tommaso Moro esprime il sogno rinascimentale di una società pacifica dove sia la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini».

Nel pezzo lei distingue tra i teorici della decrescita, di cui non condivide né l’analisi né la sintesi, mentre rilancia l’obiettivo dello sviluppo sostenibile «che è troppo importante per essere lasciato solo nel mondo della teoria»: come si fa a non lasciarcelo?
«La strada è solo una, quella della politica. E´ la politica che deve assumersi la responsabilità di governare. Una politica che ha bisogno di leadership, per porsi alla guida della società, e insieme di partecipazione, per mantenere i necessari equilibri democratici. Una politica che ha anche bisogno di essere incitata, sollecitata e discussa dagli intellettuali, dai giornalisti, dagli opinion leader: lo sviluppo sostenibile è soprattutto una strategia culturale prima che economica».

Non crede che la nuova presidenza Usa stia praticando un ‘nuovo paradigma’ economico che molto si avvicina e si ispira a quello di uno sviluppo sostenibile?
«L´ambizione di Obama è indubbiamente questa: fare della compatibilità ambientale un obiettivo per rilanciare la domanda, quindi il reddito, i posti di lavoro, la produzione. E questo con due strade: da una parte spingere ad una produzione (per esempio nell´industria automobilistica) più rispettosa dell´ambiente, dall´altra valorizzare al massimo le energie alternative e comunque non inquinanti».

Pur non essendo economisti, anche la nostra analisi della crisi è soprattutto orientata in due direzioni: come se ne esce e come si possa evitare di ricascarci nel giro di pochi anni. Ma riteniamo che sia riduttivo e sbagliato non considerare che questa crisi ormai non è solo finanziaria, ma è anche economica ed è scoppiata proprio in mezzo a quella ecologica: tre crisi dalle quale uscire nel migliore dei modi. Per questo riteniamo necessario un ‘nuovo modello economico’ perché quello attuale dissipatore di energia e di materia ci ha portato a far uscire il treno dai binari. Farlo ripartire è fondamentale, per questo siamo d’accordo con lei che la decrescita tout court non sia la strada, ma è importante la direzione. Un nuovo modello imperniato sulla sostenibilità ambientale e sociale per noi è indispensabile e da qualche tempo anche diversi economisti (vedi Stiglitz ma non solo) stanno rimettendo i ‘piedi per terra’ e guardando verso questa direzione: le che cosa ne pensa?
«Penso che il mito della decrescita sia sostanzialmente pericoloso anche se ha il fascino del romanticismo. Il senso della decrescita è troppo vicino a quello del declino. Con la decrescita ci sarebbe il rischio di far aumentare le disuguaglianze, di allargare la disoccupazione, di interrompere la ricerca scientifica e tecnologica. E questo porterebbe alla necessità di un sempre più rigido controllo sociale che potrebbe facilmente sfociare in dimensioni repressive e dittatoriali. La crescita può invece fornire i mezzi per i necessari investimenti di sostenibilità ambientale e sociale».

E’ poi possibile rispondere ad una crisi globale con azioni nazionali in ordine sparso? Che ne pensa dell’idea di una governance mondiale che affronti la crisi economica e quella ecologica affidata all’Onu?
«Di fronte ad una crisi globale le risposte dovrebbero essere globali. Ma questa è semplicemente una teoria. In concreto penso che il problema maggiore che è emerso dall´attuale crisi sia quello delle regole finanziarie e in subordine quello della vigilanza. In questa prospettiva più che l´Onu dovrebbero entrare in gioco il Fondo monetario e la Banca mondiale che potrebbero farsi carico anche di un coordinamento delle Banche centrali».

Confindustria, e in particolare il presidente Emma Marcegaglia, ritiene che il green new deal sia solo un driver per uscire dalla crisi, ma questo non significa che l’idea resta comunque quella della crescita senza se e senza che ha portato esattamente dove siamo adesso?
«Uscire dalla crisi è un imperativo in questa fase: solo una coerente ripresa può offrire le risorse necessarie per riequilibrare i redditi, sostenere la ricerca e le nuove tecnologie, per realizzare le infrastrutture necessarie anche a rilanciare la competitività di un paese come l´Italia. La crescita va comunque governata: la domanda pubblica deve restare forte, ma lo Stato deve essere in grado di spostare risorse dalla spesa improduttiva, di semplice mantenimento, alla spesa capace di diventare moltiplicatore di effetti positivi. Anche per questo sarebbe necessario ridurre gli sprechi e rilanciare il welfare per i giovani e le famiglie. Le scelte concrete? Due esempi: abolire la dimensione politica delle province per ridurre i centri di spesa e alzare l´età pensionabile spostando risorse dai giovani- anziani (60enni) che non ne hanno bisogno perché hanno un lavoro, ai giovani-giovani (20/30enni) che hanno bisogno di incentivi e formazione. E´ poi necessario rilanciare quelle politiche per la famiglia che in Italia sono mancate negli ultimi cinquant´anni e che hanno portato il paese al più basso tassi di crescita demografica del mondo. Sulla demografica bisognerebbe sgombrare il campo dalle ideologie».

Crede che il mercato da sé possa dare tutte le risposte anche alla crisi ecologica?
«Assolutamente no, c´è bisogno di un mercato ben temperato. Il mercato è uno strumento e non un fine. E il mercato funziona meglio quando ha regole precise che tendono ad esaltare i valori della concorrenza e della creatività e a limitare gli abusi dei monopoli e degli interessi solo privati. C´è bisogno di riscoprire i beni pubblici (la sanità, l´istruzione, la qualità della vita) che non sono naturalmente espressione del mercato. Lo Stato è indispensabile al mercato».


Chi è Gianfranco Fabi
Gianfranco Fabi è nato nel 1948 a Cittadella (Padova), laureato nel ´72 in Scienze Politiche ed Economiche all´Universita´ degli studi di Milano. Dal ´72 al ´79 ha esordito come giornalista al "Giornale del Popolo" di Lugano. Nel 1979 è entrato al "Sole-24 ore" come redattore al settore finanza e poi ha ricoperto vari incarichi tra cui la responsabilità dei settori "Commenti" ed "Economia italiana". Vicedirettore del settimanale "Mondo Economico" dall´87 al ´90. Dal 1991 è vicedirettore del Sole-24 Ore" e dal 2001 è vicedirettore vicario. Da ottobre 2008 è direttore di Radio 24. Insegna elementi di economia per il giornalismo al Master di comunicazione dell’Università cattolica di Milano

Torna all'archivio