[30/05/2006] Comunicati

Ambiente e partecipazione

LIVORNO. E’ una stagione, questa, dove a sinistra (e nel centrosinistra) si è fortunatamente riaperta una tensione e una discussione sulle forme di decisione partecipata.
A ben vedere, nella sua essenza, anche la oramai lunga stagione della concertazione presupponeva (e presuppone) la partecipazione più larga possibile alle decisioni di carattere socioeconomico.
Anche il termine governance implica, e dunque presuppone, una idea del governo che va oltre gli esecutivi e le assemblee elettive.

Ma la questione della partecipazione della società civile alla formazione delle decisioni dei vari livelli di governo, apertasi con i Social Forum, tira per la giacca sia l’asfittica vita dei partiti sia la burocratica tendenza delle istituzioni a racchiudere tutti i passaggi della democrazia negli atti formali da emanarsi negli organi istituzionali.

La regione Toscana, antesignana del dialogo con i movimenti, ha persino un assessorato alla partecipazione. Tutto per dare nuova linfa al rapporto democratico fra rappresentati e rappresentanti. Sulle tematiche ( e sui conflitti) ambientali, poi, è l’Unione Europea che, con la Convenzione di Aurhus, ha impostato formalmente il diritto alla informazione come presupposto per decisioni partecipate.
Dunque dovremmo essere (salvo il cesarismo del centrodestra) agli albori di una nuova stagione di osmosi democratica fra governi (almeno quelli di centrosinistra) e movimenti.

Ma è davvero così? C’è solo un problema di spingere e accentuare la buona coscienza e la buona volontà per raccogliere finalmente i frutti di una lunga stagione di semina cominciata con il “noglobalismo” e proseguita con l’articolazione dei Forum a livello locale?
Forse. Speriamo.

Per evitare però l’ennesima implosione, sia dei movimenti della società civile che dei processi decisionali, sarà bene tenere di conto di variabili tutt’ora corposamente e saldamente in campo e che attengono allo stato di salute dei partiti innanzitutto, e secondariamente della politica in generale.
Vediamo un paio di queste variabili.

Con il varo, da parte del centrodestra, dell’ultima legge elettorale, si è aggiunto solo l’ultimo tassello ad un sistema dei partiti (complice il sistema dei media) che oramai vivono sulla esposizione mediatica delle singole personalità. Tutti i partiti.
E’ banale osservare che, anche senza le preferenze come nelle ultime elezioni, la personalizzazione della politica (che sconfina nel voyeurismo e che tende a far coincidere il bello con l’efficace o l’efficace mediaticamente con il capace concretamente) è oramai un fatto difficilmente regredibile.

Ed è, anche, banale, che questo fatto porti con se l’utilizzo degli strumenti del marketing come i principali attrattori di consenso. Non a caso non esistono, esattamente come in pubblicità, parole d’ordine più inflazionate di “nuovo” e “moderno”.
A qualsiasi osservatore disincantato appare evidente come questo assetto della politica, nel mentre esautora i partiti da qualsiasi funzione di elaborazione riducendoli a comitati elettorali, quasi obbliga i singoli personaggi politici a dire a coloro che li ascoltano ciò che questi si vogliono sentir dire. E se la mattina si parla ad una assemblea di commercianti che non vogliono chiudere il centro storico si dirà una cosa, nel pomeriggio, se si parla ad una assemblea di ambientalisti è probabile che se ne dica un’altra.

Non sono incidenti, sono la norma. E’ successo anche recentissimamente con le dichiarazioni di un neoministro.
Questa variabile, definibile come la “variabile della politica marketing” concentrando in modo esasperato i riflettori sulla persona a scapito della “cosa”, non solo svuota ii ruolo di elaborazione delle forze organizzate e segnatamente dei partiti, bensì svuota questi ultimi di qualsiasi responsabilità.

Tanto che si possono leggere ed ascoltare, da parte di singoli personaggi politici, critiche radicali, a 360 gradi, ad altri personaggi dello stesso partito che nel momento non detengono più posizioni di potere, come se a governare fossero stati altri partiti o altre coalizioni. Non si difende più il partito come organismo collettivo, si difende la persona che è in turno nella detenzione del potere.
Se ciò accade nei confronti delle forze organizzate e dei partiti, questa è la domanda, come è possibile che non accada nei confronti dei movimenti della società civile?

Non solo, quando, forse eccedendo, si parla di “Berlusconismo di sinistra” non si intende forse che il virus della politica marketing rischia di infettare anche parole nobili come democrazia e partecipazione?
Soprattutto nelle dispute sullo sviluppo, la sua sostenibilità, le questioni ambientali ecc… che cosa significa dire “questa cosa va fatta, la faremo, ma con la partecipazione di tutti”?
Non è forse questo il vecchio metodo, riverniciato, “decidi, annuncia, difendi”?

E se non si è capaci di difendere, come accade in molte dispute ambientali, si produce uno stallo delle decisioni che può durare anni. Anche qualche decennio come per esempio sui rifiuti. E lo stallo decisionale non produce meno guasti ambientali delle decisioni sbagliate.
D’altra parte, seconda variabile, anche da parte dei movimenti esiste il problema di contribuire a “costruire decisioni condivise” e produrre soluzioni cogenti. Senza di ciò, senza che i movimenti della società civile si pongano questo sbocco che obbliga a mediazioni e compromessi, la partecipazione scade in ginnastica mortificante che invita i decisori a tagliar corto o a non tagliare affatto lasciando che i problemi si incancreniscano. Non può essere che questa seconda soluzione prevalga in un movimento maturo. Pena la sconfitta sostanziale dello stesso movimento. Anche quando sembra che possa avere vinto. Impedire l’affermazione di soluzioni che si ritengono sbagliate non significa affermare decisioni più giuste.

Lo dovrebbero sapere bene quei partiti che blandiscono il “negazionismo” ad oltranza che questo, spesso, scambia la sostenibilità sociale con quella ambientale portando a soluzioni sbagliate dove sono accettate, non a soluzioni sostenibili ambientalmente. Scambiare i termini “antagonismo” e “radicale” con “alternativo e progettuale” non contraddistingue una sinistra meno subalterna.
Tutto ciò può essere avviato a superamento da una legge sulla partecipazione come vuol fare la regione Toscana? Speriamo di si ma ne dubitamo. Certo non farà male ma dubitiamo che sia la soluzione. Se non si ricostruisce un’etica della responsabilità, un primato della responsabilità collettiva, innanzitutto nelle forze organizzate è molto probabile che si continui da una parte a reclamare la partecipazione intesa come adesione secca al proprio punto di vista e, dall’altra, come concessione di ginnastica inconcludente, e perciò inincidente sulle decisioni. Ma ciò comporterebbe anche il coraggio di prendere qualche fischio e di essere oggetto di qualche critica.

Gli entusiasti applausi corali e unanimi dovrebbero essere scansati come la peste e lasciati al ricordo dei peggiori periodi della nostra storia. Anche recentissima.

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