[25/07/2006] Rifiuti

Termovalorizzatori, addio ai certificati verdi?

ROMA. I certificati verdi assegnati all’energia prodotta dalla termovalorizzazione dei rifiuti potrebbero avere i giorni contati. La prossima settimana infatti approderà a Montecitorio la legge Comunitaria che sopprime al concessione dei certificati verdi all’energia ricavata dalla frazione non biodegradabile dei rifiuti, ai fini di una corretta applicazione della direttiva 2001/77/Ce.

Si tratta di fatto del primo atto coerente con quando scritto sul programma dell’Unione che non mette i rifiuti fra le energie rinnovabili. Prima della votazione finale alla Camera comunque, ci sarà qualche giorno di tempo per la discussione e per l’eventuale approvazione di emendamenti o correzioni. Se è infatti vero che il recupero di energia dai rifuti, in quanto uno degli anelli della gerarchia di gestione per risolvere il problema, deve rispondere a necessità e quantità specifiche di domanda e non a politiche di offerta drogate da incentivi, restano tra gli addetti ai lavori non pochi dubbi sui contenuti della Comunitaria, primo fra tutti quello dell’individuazione stessa della frazione non biodegradabile, che sembrerebbe limitarsi alla sola plastica.

«La frazione non biodegradabile non è solo la plastica – è il parere di Paola Ficco, giurista e giornalista, direttore di Rifiuti-Bollettino di informazione normativa (Edizioni Ambiente), nonché esperto per le tematiche ambientali del Sole24ore - sono per esempio le gomme, la gran parte degli scarti che troviamo nei cassonetti che non riusciamo a togliere in modo indifferenziato, materiali plastici di vario genere e insomma il residuo del cassonetto. E poi diversi tipi di scarti industriali».

Per Paola Ficco una soluzione del genere provocherebbe due ordini di problemi: «Sinceramente sono abbastanza esterrefatta da questa inversione da parte del governo, e ritengo che questa politica incentivante anche dei rifiuti non biodegradabili vada assolutamente lasciata, altrimenti sarà impossibile per noi rispettare i limiti del protocollo di Kyoto».

Il secondo problema è la stessa direttiva 2001/77/Ce che prevedeva per l’Italia proprio questa condizione di inserire tra i Fer (fonti energetiche rinnovabili) i rifiuti non biodegradabili:

«E’ vero che questa disincentivazione è coerente con il programma dell’Unione – prosegue Paola ficco - ma non con la nota che sta nell’allegato alla direttiva comunitaria, per cui l’Europa ha varato questo tipo di politica per il nostro Paese, proprio per consentirci di raggiungere gli obiettivi imposti dalla stessa norma europea. Quindi possiamo anche decidere di termovalorizzare solo le biomasse, però allora ricordiamoci che poi per rispettare gli obblighi dovremmo anche smettere anche tutti di andare in macchina. Si tratta di fare scelte strategiche, e sicuramente in linea generale a me fa molta più paura il traffico veicolare di una città come Roma che non un termovalorizzatore ben gestito e ben controllato».

Di tutt’altro parere il fondatore dell’istituto Ambiente Italia Duccio Bianchi: «La legge Comunitaria è soltanto un puro adempimento alla direttiva comunitaria, prevedendo i certificati verdi solo per la quota di frazione effettivamente rinnovabile, come avviene nel resto dell’Europa, che in tal senso aveva già avviato una procedura d’infrazione nei nostri confronti».

Un provvedimento del genere secondo Duccio Bianchi «riduce solo in parte il grado di convenienza di questi impianti, ma non altera le gerarchie di gestione e smaltimento dei rifiuti. Ritengo quindi che sia un elemento di giustizia nei confronti delle altre fonti perché evita alcune “perversioni” che erano state indotte dalla precedente normativa, in particolare la deriva verso la massificazione della produzione di energia elettrica a scapito della cogerazione termica, che invece dal punto di vista energetico per gli inceneritori risulta molto più efficiente».

Il fondatore di Ambiente Italia si aspetta ora «che sia predisposto un articolato tecnico, che stabilisca esattamente quanto è il contenuto da fonti rinnovabili e quelle che non lo sono» e non teme un mancato raggiungimento del traguardo del 25% da fonti energetiche rinnovabili entro il 2010: «Questo è un falso problema perché l’Unione europea aveva già chiarito che non avrebbe considerato come rinnovabile l’energia dai rifiuti tout court, come in tutti gli altri paesi europei. Del resto anche in Italia non era considerata rinnovabile ma assimilata alle rinnovabili».

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