[14/12/2006] Comunicati

Musacchio sul manifesto degli ambientalisti per il Pd: rispettiamoci reciprocamente

ROMA. Sull’appello degli ambientalisti per la costruzione del Partito democratico, greenreport ha raccolto le considerazioni di Roberto Musacchio (nella foto), europarlamentare di Rifondazione Comunista, da sempre impegnato sui problemi ambientali.

Da ambientalista storico e da persona radicata nella tradizione comunista di questo paese, cosa ne pensa dell’appello ambientalista per il Partito Democratico?
«Siamo impegnati in progetti politici diversi che seguono diverse strade. Noi siamo impegnati nella costruzione della Sinistra Europea nel cui ambito c’è precisamente quello che abbiamo chiamato il nodo ambientalista, perché è un´aggregazione politica in rete».

Quali sono i punti di riferimento di questo progetto politico?
«I punti di riferimento sono il movimento altermondialista che ha innovato la stessa pratica ambientalista e le comunità locali. Quelle delle mille vertenze territoriali che qualcuno ingiustamente chiama la sindrome nimby e che al contrario sono anche momenti straordinari di partecipazione dal basso. Questi i soggetti.
Le categorie, anche nuove, sono quella ad esempio dei beni comuni che attraversa la stessa categoria di pubblico, per inserire la consapevolezza dei cicli ambientali nella cultura del pubblico stesso, innervata dall’idea della democrazia partecipativa e una critica radicale dell’ambientalismo di mercato».

Qual è l’ambientalismo che definisce di mercato?
«È quell’ambientalismo che ha creduto che il mercato potesse facilitare le istanze ambientali, che fosse in qualche modo un migliore allocatore delle risorse.
La cosa che voglio dire è che non possiamo parlare come se fossimo ancora a vent’anni fa dividendo tra nuovo e vecchio. In realtà in questi anni c’è stato un confronto tra quell’ambientalismo e chi ha cercato una nuova strada di critica del mercato trovando nella categoria dei beni comuni un terreno fondamentale che alimenta grandi movimenti come quello sull’acqua o quello sulla sovranità alimentare».

Lei ritiene possibile un ambientalismo che possa prescindere dal mercato?
«Io penso che economia e mercato siano due cose diverse e che i beni comuni rappresentano una nuova idea di economia non mercantile, che ha in sé la valenza ambientale, sociale, democratica.
Tra le varie economie di mercato quella liberista è senz’altro la peggiore perché allontana i bisogni dalla produzione
Andare oltre il mercato è una sfida cui da comunista non posso rinunciare».

Ma crede che potrà esserci un confronto franco con chi sta scegliendo strade diverse?
«Naturalmente progetti riformatori devono confrontarsi soprattutto negli ambienti delle esperienze reali che vanno da Scanzano ad Acerra alla val di Susa fino ai grandi movimenti globali che vivono però anche nelle vertenze territoriali.
Da questo punto di vista c’è una parte importante dell’ambientalismo storico e del nuovo ambientalismo che si allaccia al movimento altermondialista che si riconosce nel progetto di Sinistra europea».

E’ un po’ deluso dalla strada che molti ambientalisti storici stanno intraprendendo?
«Nessuna espressione di giudizio. Sono percorsi diversi ma comunque destinati a confrontarsi. La verifica sarà nella capacità di ricostruire un rapporto tra la politica e la società che riguarda tutti i progetti in cui ognuno si sente impegnato e che devono rispettarsi reciprocamente».

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