[27/02/2007] Consumo

E’ possibile una crescita indolore del turismo nel Mediterraneo?

LIVORNO. Il turismo è, per antonomasia, l’attività economica che rischia di mangiare sé stessa. Termini come “riminizzazione” o “balearizzazione” indicano da una parte un’artificializzazione dei bisogni, un turismo balneare organizzatissimo ed a servizio di un grande divertimentificio che ormai esulano dalla fruizione dei beni ambientali. E dall’altra, un’occupazione ed una cementificazione della costa che ha dissipato le risorse ambientali e del paesaggio tanto da richiedere la demolizione programmata di strutture ricettive, di infrastrutture e strade lungo la costa per rioffrire un minimo di naturalità.

Intanto, il turismo è sempre più uno dei grandi elementi della globalizzazione, gli spostamenti mondiali sono triplicati dal 1980 e nel 2004 si era raggiunta la cifra di 763 milioni di arrivi, ed un giro d’affari di 623 miliardi di dollari, più del Pil dell’India. E il trend del turismo italiano sintetizza quello dell’economia mondiale, con una crescente marginalizzazione del nostro paese: siamo passati dal 6 al 4,8% del turismo globale e dall’11 al 9% di quello europeo, superati da Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina e tallonati dalla Gran Bretagna.

Per indice di arrivi rispetto agli abitanti siamo a 64 turisti ogni 100 residenti, meno di Francia, Spagna, Grecia e Ungheria, ma con Il Trentino-Alto Adige che ha un indice di attrattiva di 413, con il Veneto a 153 e la Toscana a 138, mentre il sud e le isole italiani si fermano ad un miserrimo 21 ogni 100 residenti, meno della Turchia e il 20% del Portogallo.

Comunque il bacino del Mediterraneo, ed in particolare le coste europee rappresentano ancora il maggior attrattore mondiale di turismo con più di 152 milioni di arrivi censiti nel 2005 e gli effetti cominciano ad essere preoccupanti: cementificazione costiera, abusivismo, erosione delle coste, urbanizzazione diffusa, rapido mutamento degli stili di vita.

Per questo l’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), pensa che sia necessario virare verso uno sviluppo sostenibile del turismo neI Mediterraneo, armonizzando flussi turistici e impatto ambientale, attraverso 12 priorità per piani di intervento nei singoli paesi mediterranei «per una crescita indolore del turismo da qui al 2020» raccolti in un documento di Unione europea, Onu e Unwto. E puntando a mantenere un’alta competitività delle destinazioni mediterranee, ma nel contempo a coniugarla con il benessere delle comunità locali ed il loro coinvolgimento nei processi decisionali.

Significativo che sia direttamente Eugenio Yunis, responsabile dell´Unwto, a sottolineare che gli ecosistemi del Mediterraneo siano «già in parte compromessi con il boom turistico degli anni 80 e 90». Quindi i danni sono stati fatti e ora lo si ammette.

Il documento punta anche sull’aumento dell’occupazione troppo spesso legata a brevi periodi stagionali e su una migliore distribuzione dei proventi del turismo che la maggior parte delle volte non vengono reinvestiti in loco per migliorare i servizi che non sempre sono all’altezza delle aspettative dei turisti.

A questo si aggiunga il modello italiano delle seconde case che, di fatto, soddisfano il 50% dell’offerta turistica ed in alcuni casi di diffusa speculazione edilizia quasi l’intero flusso, con la creazione di semiperiferie marittime abitate al massimo tre mesi, con punte medie del 62% nel meridione e nelle isole, compreso l’Arcipelago Toscano. Un flusso economico difficile da intercettare, anche dal punto di vista fiscale e del carico sui servizi idrici, i ciclo dei rifiuti, l’impatto sull’ambiente e che alimenta una diffusa economia in nero e abbassa la qualità generale dell’offerta turistica.

Tra i dilemmi che il turismo mediterraneo si trova davanti c’è proprio quello della salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio e dei beni storici usati come calamita per attrarre i turisti tutela ambientale e poi spesso sacrificati al cemento ed alla banalizzazione dei luoghi e dei consumi, in un enorme ed indistinto blog di prodotti e di offerte che diventano sempre più standardizzate, mentre i turisti ricercano sempre più tipicità e differenze.

Un patrimonio, soprattutto quello naturale, in gran parte compromesso e che si cerca di salvare con l’istituzione di aree protette marine e terrestri che spesso intervengono a degrado e perdita della biodiversità già avviate e rischiano di diventare l’ennesima “cartolina”, con gli enti locali spesso ancora legati ad una visione quantitativa infinita della crescita turistica e che vivono le azioni di salvaguardia delle risorse ambientali come imposizione e limite e non come investimento per il futuro.

Ed anche se non mancano iniziative di grande successo nel campo del turismo ambientale, che ormai ha numeri di tutto rispetto, una specie di pigrizia politico-amministrativa fa rimanere ancorati i decisori politici ad un modello che sta rapidamente invecchiando e che per gli stessi organismi nazionali del settore rischia di mettere l’Italia ed il Mediterraneo ai margini del mercato, schiacciato da competitori internazionali che offrono la stessa “merce” standardizzata a minor prezzo.

Infatti, mentre la preoccupazione degli organismi internazionali del settore si fa più acuta, nel Mediterraneo la concorrenza sempre più forte tra i vari paesi non si gioca che in minima parte sulla valorizzazione ambientale e le diversità culturali, ma soprattutto su progetti colossali ed a forte impatto ambientale come l’Europaradiso in Calabria o si trasferisce nei paesi arabi ancora “vergini” lo stesso turismo dei villaggi e dell’esclusione delle popolazioni che mostra la corda sul lato europeo, occupando anche lì gli ecosistemi ed i paesaggi più pregiati.

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