[27/02/2007] Energia

Cina: da primo esportatore a importatore netto di carbone

LIVORNO. La Cina rischia di fare l’asso pigliatutto. Con l’economia in crescita a ritmi incalzanti e un corrispondente fabbisogno di energia per poterla sostenere, sta cercando di accaparrarsi tutto quello che può. E quest’anno da primo esportatore a livello mondiale di carbone è diventato un importatore netto: a fronte di 1.17,7 milioni di tonnellate prodotte nel 2005, ne ha consumate ben 1.081,9. Le previsioni governative indicano per il 2007 una domanda di 2,5 miliardi di tonnellate (pari ad un + 4,2%) destinata a diventare nel 2010 di 2,6 miliardi di tonnellate. E nonostante abbia ancora gran parte dei giacimenti del pianeta, è costretto ad importare carbone.

Importazioni accelerate anche dalla carenza infrastrutturale, su cui il colosso asiatico non è ancora riuscito a tenere il passo con la sua esuberante crescita economica. La mancanza di collegamenti tra il nord del paese ricco di miniere di carbone e il sud-est dove è si è sviluppata la parte industrializzata del paese, rendono infatti problematico, e antieconomico rispetto all’import, il trasporto del combustibile fossile.

Ma questo dato come si potrà conciliare con la necessità di contenere le emissioni di anidride carbonica per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, già in corso? E come si potrà armonizzare con la ormai diffusa opinione della necessità di coinvolgere nei prossimi negoziati per il Kyoto post 2012, anche i paesi ad economia emergenti quali la Cina, l’India e il Brasile?
Lo abbiamo chiesto a Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto club e consigliere per l’energia e l’ambiente del ministro per lo Sviluppo, Pierluigi Bersani, secondo il quale «a fronte del fatto che la Cina inaugura una centrale a carbone al giorno, un paio di segnali interessanti dal colosso asiatico comunque arrivano»

Silvestrini, quali sono questi segnali?
«Si è vero che ha fatto un accordo con l’Australia per l’import del carbone, ma sta anche varando un piano nazionale per il clima entro il quale c’è un grande programma di sviluppo delle rinnovabili. E proprio su questo versante credo che avremo delle sorprese. C’è una grande possibilità di sviluppo dell’eolico e già sul solare termico hanno il 63% di tutto l’installato a livello mondiale, contro il 2% degli Stati uniti. Hanno infatti già installati circa 70 milioni di metri quadri di solare termico e anche sul fotovoltaico hanno appena iniziato, ma stanno galoppando. Con un industria del silicio che la porterà ad essere ai primi posti nel mondo».

Intanto però stanno facendo man bassa di carbone, che tra i combustibili fossili è quello a maggiori emissioni di CO2
«Sotto questo aspetto c’è da lavorare molto sul piano dell’efficienza delle loro centrali e sul sequestro delle emissioni di CO2. E’ vero che se il sequestro della CO2 avrà una sua efficacia economica e ambientale non lo sapremo prima del 2015-2020. Ma sull’efficienza energetica si può già cominciare a lavorare».

L’Europa si è data obiettivi di taglio delle emissioni del 20% entro il 2020. Non rischia di essere del tutto inutile, di fronte a questo scenario?
«La politica dell’Europa è di carattere negoziale. Non è tanto importante il contributo che potrà dare nel contenimento delle emissioni, quanto il fatto di potersi sedere a un tavolo per cominciare a parlare di impegni vincolanti anche per i paesi ad economia emergente. E riuscire a porre alla Cina l’obiettivo iniziale di tagli delle emissioni del 10%, scendendo poi gradatamente e aiutandola a procedere in un percorso di decarbonizzazione nei consumi di energia interna e a definire una strategia affinchè le energie rinnovabili abbiano un peso rilevante. Ma se l’Europa non si presenta al tavolo con le carte in regola, il percorso è ancora più difficile. Poi certo è tutto da giocare».

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