[09/03/2007] Comunicati

Nimby, termometro e febbre

LIVORNO. Il tema del Nimby, l’acronimo che viene ormai utilizzato, generalizzando in maniera semplicistica, per ogni forma di contestazione a infrastrutture da realizzarsi sul territorio, è arrivato anche al Quirinale. In questo caso il monito del presidente Napolitano (Nella foto)era rivolto in particolare alle vicende campane, ma il suo richiamo ad evitare «chiusure localistiche» e «paralizzanti pregiudiziali e rigidità» può essere estrapolato a quello che avviene in maniera diffusa in tutto il Paese. Il conflitto locale è infatti andato fortemente crescendo, in particolare negli ultimi 10-15 anni, periodo nel quale si è andata mano a mano erodendo la perdita di peso della politica e del ruolo delle istituzioni.

Questo non significa necessariamente che i due fenomeni siano connessi in maniera direttamente proporzionale, ma l’analisi della realtà dei fatti porta ad individuarne comunque una relazione. In questo senso si potrebbe dire che Nimby non è la febbre ma il termometro di una situazione che si può ricondurre ad una radicatissima tradizione locale e perfino localista (siamo il paese dei campanili)affiancata da una scarsa predisposizione alla sintesi e al bene pubblico; ma che deve fare i conti anche con la abitudine poco praticata da parte delle istituzioni a intraprendere percorsi in cui prima si espongono i problemi, poi si discute delle soluzioni ( che non sono mai, in nessun caso, una sola) e infine si decide democraticamente a maggioranza.

Anche le recenti esperienze di partecipazione si sono tradotte spesso in percorsi di agenda XXI, che se per sua natura è uno strumento formidabile per intraprendere processi di condivisone di strategie, è sbagliato pensare che possa assolvere alla soluzione dei conflitti che nascono su temi specifici.

Il conflitto locale infatti, dà spesso voce proprio a quelle istanze che in tanti casi rappresentano un ostacolo verso la possibilità di porre l’ambiente e la sostenibilità al centro della politica. Ne sono un esempio le politiche energetiche di cui parliamo in altro articolo. In nome della difesa dell’ambiente, e magari anche qua e la con qualche ragione, si ostacola ad esempio la realizzazione di impianti eolici, che certamente devono essere progettati in modo da creare un basso impatto ambientale, ma che rappresentano un passaggio nodale nella strategia energetica che porti ad evitare il ricorso alle fonti fossili e a contrastare l’effetto serra.

Anche i migliori percorsi di partecipazione, se non accompagnati dall´assunzione della responsabilità ( e del dovere) di decidere, sono destinati alla sterilità e perciò alla mortificazione dello stesso concetto di democrazia.

Come anche quando nel processo in cui si confrontano più elementi analitici, percorso che dovrebbe permettere di evitare visioni semplicistiche e pregiudiziali, ogni “parte” non si limita ad esprimere un contributo sulla base del proprio posizionamento, ma si confondono i ruoli. Ovvero quando la scienza si fa politica e la politica si fa pseudoscienza; quando lo spettacolo assurge al ruolo di entrambe, quando la competenza di settore diventa generalista, diviene difficile mettere in rete in maniera corretta i diversi contributi. E l’agitazione indistinta di pericoli e rischi genera quello stato di confusione che anziché produrre una decisione condivisa produce la paralisi. Ma dalla paralisi delle decisioni non ci salverà nessuna valutazione d´impatto ambientale.

Qualcuno, anche in alto , pensa di no, ma invece il conflitto è certamente e storicamente provato come sale della democrazia; è la fisiologia stessa della democrazia. Ma senza lo sbocco decisionale esso diventa patologia. Ecco perché il Nimby è il termometro e non la febbre!

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