[12/03/2007] Consumo

Crescita senza consumi e innovazione ´vecchia´

LIVORNO. Se il faro della politica del Governo Prodi era la crescita, il fascio di luce che emerge dai dati Istat sui conti relativi all’ultimo trimestre del 2006, sembra far intravedere la giusta rotta.
Il pil è aumentato dell’1,1%, confermando il trend dei mesi precedenti e facendo attestare la crescita all’1,9%, con un andamento che si preannuncia positivo per l’anno in corso. Quindi un segnale di ripresa che - a meno di particolari congiunture negative - dovrebbe potersi ritenere stabile. Ma quali sono gli ingredienti che hanno determinato questa ripresa? Su questo gli analisti del settore sembrano mostrare delle perplessità e avanzano qualche dubbio sull’effettiva capacità di trascinamento positivo per il 2007.

Quello che colpisce tutti è il fatto che questa crescita sia avvenuta con un tasso pari a zero dei consumi della pubblica amministrazione e una spesa delle famiglie anch’essa stazionaria, che se si attesta al + 0,1%. Quindi la dinamica dei consumi non sembra tale da giustificare un ritmo particolarmente vivace dell’attività produttiva. Anche se sarebbe interessante andare a vedere a cosa è dovuta questa relativa stagnazione e se di vera stagnazione si tratta: prima di tutto quindi ci sarebbe da scomporre questo + 0,1 tra i comparti che mantengono buoni trend di crescita (uno su tutti per esempio quello dei beni durevoli elettrici ed elettronici) e quelli che invece segnano il passo? Ma ancora: quale e quanto è il potere d’acquisto delle famiglie? e verso dove sono orientati gli acquisti? È la mancanza di tempo che determina il dato dei consumi statico o il fatto che si comincia anche a diffondere una cultura basata su stili di vita meno consumistici? Non si direbbe se si confrontano i dati dei consumi con quelli della produzione dei rifiuti. O perlomeno il trend del ritorno alla semplicità, che i sociologi indicano come bisogno reale delle persone, è forse ancora un fattore di nicchia.

Tornando all’analisi della crescita il dato che maggiormente spicca è quello delle esportazioni, che hanno contribuito per lo 0,7% (all’1,1% del pil) e che sono aumentate del 4,5% rispetto al trimestre precedente. Vediamo allora cosa il nostro paese ha esportato per capire quale è il settore produttivo che più ha contribuito al rilancio dell’economia. L’Istat indica tra i settori in crescita, macchine utensili e meccanica di pregio, tessile-abbigliamento e pelletteria. Quindi moda, nel settore abbigliamento, scarpe e accessori, e design, applicato ad arredi di interni: tutto rigorosamente in fascia alta. Destinato quindi ad un mercato di nicchia che intercetta la voglia di essere a la page dei nuovi ricchi (e sono tanti) nei paesi ad economia emergente.

Niente di male, naturalmente. Se non fosse che non si scorge alcuna novità a caratterizzare il trend della produzione destinata all’export. Ma solo un modello già visto che fa della moda l’asse trainante della nostra economia e che non è affiancato da altri settori in grado di leggere e interpretare in chiave economica il necessario orientamento verso la sostenibilità che, pure, dal governo comincia ad essere indicato (Basta vedere anche i commenti sull’accordo trovato in Europa per l’emergenza sul clima).

A partire dalla necessità di migliorare i processi in chiave di efficienza energetica, per arrivare alle potenzialità che, in tecnologia avanzata, possono derivare dalle energie rinnovabili. E quindi in industria destinata ai consumi interni e all’export. Per non parlare poi del settore che riguarda l’efficienza e il risparmio di materia nei processi produttivi(di cui nessuno ancora parla). Settori che potrebbero posizionarsi ugualmente bene nella bilancia dell’export e smarcarsi dalla competitività, analogamente ai beni di fascia alta, dato l’aumento di domanda nei mercati globali. Sarebbe davvero una bella scommessa per il made in Italy, se il sole, oltre alla pizza e al bel vivere, fosse legato anche ai pannelli per produrre energia pulita.

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